30.1.12

MESSA IN MASSA

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste.”


Per una sera ed una notte quasi intera
seduti senza capotavola come ordini di beccata
noi quattro lì a parlare,
ancora sentirsi senza dover guardare.

Lei consegnata in quell’angolo, castigata
dai nostri più superflui peccati dimenticata.
Additarci buia e muta, inutile
come ballerina di fuori onda:
il frutto del ventre suo mai cresciuto
per chissà cosa di eternamente incompiuto.
In noi d’eloquenza rinnegata,la sua nostalgia, nel sobrio compiacimento 
di una disperata compagnia.
Lo schermo elitariamente spento, ebbrezza inconfessabile
negli assoli d’eloquenza al proprio io più suadenti,
di essere lì ad uso d’altri.
 
Come averla potuta ormai tradire
entrati infine anche noi in televisione.

29.1.12

La solitudine
 
Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un'altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti. Biologicamente me la cavo con l'idea che ho della biologia: piscio, eiaculo, piango.
Innanzitutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti.
Io sono pronto a procurare degli stampi. Ma... la solitudine...

La solitudine…

Gli stampi sono di una materia nuova, vi avverto, sono stati fusi domani mattina.
Se voi non avete di questo giorno il senso relativo della vostra durata,
è inutile tramandare a voi stessi, è inutile guardare davanti a voi
perché il davanti è il dietro, la notte è il giorno. Ma… la solitudine...

La solitudine… La solitudine… La solitudine…

Innanzitutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso e il verde dei semafori. 

I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza 
e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello.
E pertanto... la solitudine…
 
La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo felicità, perché le parole che voi adoperate 

non sono più parole, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma...  la solitudine...

La solitudine…
 
Del Codice Civile ne parleremo più tardi.
Per ora, io vorrei codificare l'incodificabile.
Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie.
Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. 

La lucidità me la tengo nelle mutande. Nelle mutande!


A Leo Ferré,
con ogni vergogna, rimpianto, disperazione...
con ogni ultimo sentimento vivo
nella resa incondizionata di tutte le nostre vite.
Che mandino a memoria, nell'amnesia dei cuori,
quelle arse d'anarchiche febbri sconosciute 
che a qualcosa, almeno una volta, sono servite. 


28.1.12

Le metà della vita - o dell’obbligatorietà dell’azione sessuale

"La disperazione è una forma superiore di critica."

Entro quest’anno nuovo
saprò mai trovare
proposito tanto buono
da seminare lungo il venturo?

Come esibire
apprezzabile mestiere attoriale
nell’opporre al potenziale,
più probabile del mio ottimismo,
urbano estraneo inquirente
‘Nella vita che fa?’
un laconico, compassato
‘Io? Troppo, in coscienza.
Ma, beffardamente, mai a sufficienza.’

O trovar ragionevole l’asprezza
di un silenzioso moto dignitoso
verso il secondo tempo esistenziale.
Da coniugarsi all’imperfetto
nell’indulgente nostalgia, intima mitologia
del primo: futuro semplice d’intenzione,
anteriore d’ogni illusione.

Quell’inarrivabile disinvoltura
nel centrare il punto esatto
tra la metà in cui vivere e quella in cui scrivere.

25.1.12

LEAVE MY DREAM

Credo che per gli altri sia solo imbarazzante, virtuale.”

'Non dormire'
si ripeté un bambino
dei suoi nonni figlio adottivo

'Non partire'
nella fede in due cari
dolci estranei pendolari
avrebbe voluto confidare

'Mattino, non venire'
quel freddo lunedì statale
tentò ancora di pregare
Muto e inudito
da figlio inginocchiato
ai piedi del letto
a figlio inchiodato
alle spalle dell'altare
Quell'eterno lunedì del mondo
nel cui risveglio
non avrebbe saputo scegliere,
fingendo di poter attendere,
tra ricordare e dimenticare

'Domani, non tornare'
sente ripetere questa sera
giacendo accanto all'amore
da cui si lascia trovare
chi ancora non può attendere
né seppe mai cercare.



A Cris,
perché tu per me sei vera

24.1.12

MY OWN PRIVATE LORD

Ma si può ascendere in virtù di una forza che è discendente?”

Una giovane coppia inglese.
Due dark, direi
se non temessi di mortificarne la ribelle creatività
nel mio qualunquismo stilistico tribale.
Lui la teneva al guinzaglio:
abbandonata ai piedi del divano, nelle flemmatiche camminate
lungo la placida disperazione rurale,
in grottesca postura a beneficio di un giornale locale,
forse dei loro risparmi meno che della nostra morale.

Donandoci così l’inestimabile occasione, la gratuita tentazione 
- fugace, come da cogente enciclopedismo
della nostra postmoderna globale nozione -
di compatire, ingiuriare, schernire.
Dal più inumano evirato servo di concetto
al più sofisticato, arrogante neomaledetto,
ognuno poté in un giorno
godere solo della sua rassicurazione,
come non avvertendo il morso familiare
stretto nella nuova ed eterna alleanza
con il proprio personale Signore.

23.1.12

Non dà primavera

Ho sognato il limite del cielo.
L’uomo sulle sue false ali
vi si annidava
come una rondine sotto una grondaia.

Rassicurava sua moglie, quell’Icaro paternale,
mentre i paracaduti fluttuavano d’intorno
e i colpi sulla fusoliera non erano saluti
ma allarmi ignorati per superba confidenza. 

Tornato a terra se ne avvide:
una cinghia, sola, rimasta avvinta alla sua ala.
Ma non poteva averne colpa, se ne persuase
in un talk show sulla sofferenza indiretta
in cui, la faccia di Parolisi, minacciava l’intervistatore
arringando quella folla d’impotente rancore. 

Lasciandomi al risveglio un’amara ammirazione
per chi fa il male senza annidarsi sotto alcuna morale
né punizione: come fosse la sola cosa naturale.

22.1.12

SOGNO

Mio padre, il primogenito.

Suo fratello, il secondo, carcerato.

Un altro fratello, l'ultimo nato
non è che mio padre
come fu e mai più sarebbe stato:
magro, i capelli neri lucidi
come i baffi che ancora rimpiango e ormai dispero.
Un sensuale pericoloso mediorentale
- lo trattennero in aeroporto, gli americani terrorizzati
vilipesi dall'ardire dell'altrui sconfinare:
dono d'odio tra i più fieri, per lui, da sfoggiare.
Sensualità credo figlia
del suo essere figlio mai amato
del suo pronto riottoso tradire, sapientemente mal celato,
estraneità per chiunque rivendichi un diritto d'umanità,
ovunque d'intorno come al fondo della propria interiorità.

Mia sorella, scura e carnale
come altrimenti non saprei immaginare.
Mia sorella che sfiorandomi
il pene sa scaldare ma non il cuore castigare.
Rassicurando come madre la mia pronta servile colpa:
siamo fratellastri, non dev'esserci nulla di male.

21.1.12

UN FIORE

"Ma non importa, non è per questo che ti chiamo. Volevo dirti... volevo dirti ti amo."

Eravamo amici, ne ebbi la prova nel dolore.
Ma più vivo fu in lui l'amore
per la famiglia, per la donna, per l'istituzione.

'Per me è morto' ho sentenziato
nella fonda mistificazione cui ogni vanità è asservita:
perché non è morto, lui, più di chi non abbia vita.

Se lo fosse anche oltre il mio debole cuore,
saprei trovarlo per raccontarci come vorremmo ricordarci
e salutandolo per sempre lasciargli un fiore.


A chi rimane


20.1.12

TRA L'AORTA E L'ILLUSIONE

Da bambino soffrivo di ricorrenti amnesie.
O sarebbe più sincero dire che ne ero incline.
Mi bastava chiudere gli occhi
per dimenticare, riaprendoli, chi fossi
e quale senso avesse ciò che mi circondava.

Da bambino ero vivo, ricordo che soffrivo.
Ma allora non capivo
che il mio io prendeva distanza da me stesso:
allontanandosi come un cane,
l'istinto già corrotto dall'illusione del padrone,
non ha saputo mai scappare.

Ed ora, qui piantato come un angelo dannato
mi dà gli occhi di ogni estraneo
affinché io possa guardarmi,
non scordare come vergognarmi.


18.1.12

CHE NE SARA' DI LUI

Ci vuol praticaccia,
mollemente composti, lividi detrattori!
Anni e anni di schiscetta,
capa bassa e cappella erta,
finché d'un pelo tiri più una tiratura!

Secca dedizione di archeologi
umida perversione di teologi
solo a bagnare piedi e peni in riva al mare
nero chiaro e trasparente del giovanile significare.

Contrappassi antinfernali
sotto ambite coetanee spoglie mai vestite
in chat scostanti di spietate liceali
- giovani fascismi d'annoiati allarmismi:
'Alla pedofilia!'
estrema declinazione della loro bulimica
così gustosa fantasia.

Alla scuola di madri e sorelle
al termine d'ogni notte d'ordinate bianche botte,
sino a precoci e già frollate mignotte
contrattare frusto a frusto amari bocconi
per la cronaca romanzata dei loro più innocenti ginocchioni.

Una mano sulla tastiera lava l'altra sulla cerniera
dando aria d'ergastolani ai propri seminfermi coglioni.

Dunque la mia pietas verso un Moccia
non può farsi che impietosa d'un Muccino
così stucchevolmente imbronciato, lui, bellino!
Come non tributare invece al primo
un ermetico, disperato reo confesso
della colpa per cui lacrima ogni sesso?

Mentre l'altro tartrianamente nauseato
ab origine finanche dispensato
da quel lavoro culturale che è ancora desiderare,
figlio e fratello diversamente viziato
di questa anarchica intellighenzia ornamentale.


A tutti i metri sotto i cieli

16.1.12

CUIQUE SUUM

Il dramma di uno scrittore 

è nell'aver smarrito la realtà 
da raccontare, finendo per immaginarla.
La tragedia di un poeta 
è nell'aver mai trovato la madre
da implorare, finendo per maledirla.

Così la poesia, pur non appartenendogli,
sarà sempre dei poeti, mai degli scrittori:
ci vuole speranza per scrivere,
disperazione per poetare.

15.1.12

PANNI SPORCHI

Valicare i propri confini
per terminare in quello smaniare
d’ossessiva autoreferenzialità 

lungo ogni patria veste:
sapientemente inamidata o gualcita,
sorvegliata o trasandata,
vessillo tributato 
all’opulenza come all’indigenza.
Sempre instancabilmente esibita, vestita.

14.1.12

LA MANO DELLO SCRIVANO

Le mie dita sono troppo gracili e scarnificate,
le mie unghie troppo deformi e scheggiate:
appartengono a mani imbarazzanti per un uomo,
non più plausibili per un bambino,
impotenti nel percorrere un vero corpo femminile.
Eppure continuo a scrivere,
fregiandomi di impugnare la penna
nella sola postura della buona educazione già dimenticata,
illudendomi di poter ignorare questi polpastrelli
così profondamente solcati,
questi pensieri così semplicemente turbati.


A quei giorni in cui ancora non sospettavo
avrei mai fatto poesia,
in cui ancora disperavo
avrei mai detto una parola mia

12.1.12

PARVA SED APTA NOBIS

Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”

Cosa cercare in te,
mia minuscola patria,
che dedichi ad un D'Annunzio
le tue più belle e vuote istituzioni?
In uno stantio grigiore di Stato
curvo nell'ossequio
più nozionisticamente compiuto.

Ed in voi,
miei conterroni,
che spendete denari dal padre dispensati,
giorni dal potere lottizzati,
in ferie fattesi vacanze
in questo iato generazionale.
Vacanze lontane dall'imbarazzo provinciale
della vostra apolidia natale:
vagheggiando sud mai esistiti,
o per un piatto di lenticchie allestiti,
inconsapevoli e rinnegati emuli
di un D'Annunzio al suo debutto in Cicognini,
di un metalmeccanico ai suoi agosto tra i lettini.


11.1.12

A SILVIO

Nel vorace brusio
da liquidazione in Rinascente
di stimati professionisti dell'antismo,
io mi chiedo, pavidamente silente,
quanti e quali culi
ben più sblusati, mal sfioriti del suo
ancora stia facendo rodere
- istericamente cacofonici o sobriamente muti
sulle loro imperdonabili lacune ancora seduti -
avendoli scippati della scena distraendoli con la poltrona.

10.1.12

FEMMININI E FEMMINIELLI

Finiremo anche noi
come scheggiati oggetti?
Oggetti del compassionevole disprezzo
del Terzo e del Quarto Mondo
che pagheremo un'elemosina
elemosinando perché scopino ancora te
e facciano di nuovo venire me.

Finiremo con l'essere 
l'uno per l'altro tutto e nessuno?
Cercando qualcuno
che prenda ogni notte il nostro posto
insieme ad un poco di quel desiderio
che ormai non è che alterna
tirannica rinuncia.


Ai più cupi periodi letterari,
che non appartengono alla vita
ma la sanno raccontare

9.1.12

8.1.12

LA CONQUISTA DELL’AUTORITA’

“E poi dopo, quando sarai grande, il padre te lo farai da solo.”


Un filosofo psicoanalista 

o psicoanalista filosofo, non saprei,
ci ha ricordato alla televisione
che i giovani figli mostrano il rifiuto dell’autorità
per mascherarne la ricerca.
Aveva la placida barba e l'autorevole calvizie
del padre psicoanalista 

o psicoanalista padre, non vorrei,
che mai sono riuscito a trovare, nella mia casa né altrove.
Lo ascoltai, poiché non sembrava 

o ricordava un padre: egli lo era. 
Così come io sono un figlio pur non ricordandolo.
Lo sentii come Cristo in croce alla mia prima comunione,

come Lenin in cornice alla mia prima occupazione.
Lo ascoltai senza capire né chiedermi
se mostrasse o mascherasse quella verità.
Perché io sono stato giovane, sono stato figlio
senza mai mascherarmi come un giovane, mai mostrarmi come un figlio. 
Perché io l’autorità
l’ho avuta prima ancora di sentirne la necessità.
Da un padre senza più barba alla mia nascita,
più speranza alla mia crescita.
Da uno schiavo insegnante di liceo senza umanità,
un libero docente senza sapienza all’università.
Da uno psichiatra senza spazio nella sua agenda,
senza polso amorevole per una sola reprimenda.
Poiché non ho dovuto mai cercarla, 

non ho saputo più scordarla:
io che continuo a riceverla ogni giorno
come in un'ora di lezione,
in un consultorio regionale,

in una crisi famigliare,
in tutto ciò che mi ha lasciato dentro.
Qui, come la conservano nei cuori

quei pochi allievi migliori
dei tanti, troppi maestri peggiori.

7.1.12

CHI VERRA’
 

Mai sono stato
tanto innocente quanto disperato:
mai mi sono lasciato
ingannare al punto tale
da trovare in una sega
qualcosa di fisico più che mentale.
 

Da non vedere
quell’altrui cazzo di membro 

spesso ignoto talora familiare
sempre irresistibilmente volgare
impettito e fiero da non saper mai esitare
né intuirsi nudità riottose al pallido arrossire
del mio intimo docile abdicare.


Da non sentire
quell’altrui cui consegnare
il mio bisogno di masturbare,
far divorare d’eterna fame, 

ricevere in grembo come pugnale, 
incantarsi ad adorare
nell’insaziabile tributo all’immaginabile: il mio perduto eiaculare.
 

Che ogni giorno più impietoso, puntuale
viene, fa luce di colpa
sul mio solo reale, il mio inerme animale...

su me, che vomito
il nutrimento del suo coito.

6.1.12

MORIRSI

“Tu non sei più vivo, io non sono mai stato capace di amare”
 

Non il tradimento della felicità
ma il peccato della libertà
è quanto d’un uomo
- questo condannato a morte dalla vita,
liberto fedele del suo dolore -
resta più fondo, imperdonabile
agli occhi dei propri simili.
 
Felicità, dono agli obbedienti
nell’illusione concessa a sé,
nel livore riservato al prossimo.
Libertà, conquista dei ribelli
nella punizione demandata
agli inconsolabili orfani d’obbedienza sociale.

Libertà di guardare
che si paga, da legge naturale,
al prezzo di quanto si vede, intollerabile fino a morire.
Libertà di lasciare la propria vita
prima di lasciarsela togliere
affinché viva, libera, oltre ogni comprensione e perdono.
 
Perché in chi va, cosa non scordare?
Non l'amore che mai più darà:
lo pretende fino ad estorcerlo
per non saper poi che farsene, l'uomo,
il più infedele, insoddisfatto animale.
Ma quella conquista di estraneità
al solo incedere penoso, smarrito
della fraterna quotidianità.

E mai saprà perdonare o capire
chi non può lasciarsi che morire,
quello scandaloso lascito di sfida
lanciato alle proprie spalle da un suicida.


5.1.12

ITALIA ANNO ZERO

"Tu davi da bere a tutti i cani di piazza Verdi"

Dicono che Bologna sia morta.
Ma per chi mai 
l'abbia vista viva,
ancora può essere vitale.


Al mio caro amico Orlo,
'last but not least' fratello adottivo 
dell'immortale Emilia paranoica.

Ad Enri,
perché ci sarà il sole
e quel silenzio di cui abbiamo bisogno
per ritrovarci sotto i portici.


4.1.12

INGANNO D'UN SILENZIO

Quanto ti ho dato 
non è che la resa 
del mio io disarmato.

Come una nuda novizia
alla sua veste consegnato.

Ciò che ne ho avuto,
il tradimento peggiore d'ogni sincerità:
prima dell'incomprensione, 
l'indifferenza.

3.1.12

VATI INCENSATI

"Anche i miei libri moriranno, naturalmente, ma almeno avranno vissuto."


Questo mio verso 
che avrebbe scoperto fiera 
una timorata madre,
sorpreso indulgente 
uno schivo padre.
Quando le sue parole 
tedieranno un insegnante,
illividiranno un critico,
o tormenteranno uno studente...
Allora, noi saremo morti.
E moriremo, ancora.

2.1.12

PIU' BELLA DELLA VITA E' STATA LA MIA POESIA

Ho da poco passato i trent'anni.
Sono passato attraverso quei pochi, lunghi anni 
in cui il mondo come lo conoscevamo,
quel mondo che ci ha preso ed adottato 
si oppone con minor inflessibilità
alla nostra ricerca del piacere,
così come alla ricerca che di alcuni, pochi di noi
compie la felicità.

Simile ad un genitore 
reso più indulgente di quanto non vorrebbe
dalla tenera età dei suoi figli, dalla loro commovente vitalità,
quel mondo ci ha guardato giocare tenendosi paziente in disparte,
in quegli anni così colmi di giorni 
da consumarsi lenti, senza che lo potessimo sospettare
se non nel sentore d'uno scoppio di vita in petto 
che ancora non era dolore.

Sono passato oltre, e quanto potevo ho afferrato del piacere:
la felicità, se avesse dovuto, 
mi avrebbe ormai cercato, preso, difeso.
Ma ora non c'è più tempo per ostinarsi nell'attesa,
tempo per la stupidità 
di chiedersi la nostra vita che sarà.
Per rispondersi basterebbe voltarsi,
là dove è stata, nel volto che ella ha avuto.

La felicità, so che fugace tornerà
a ricordarmi, instancabile, la sua esistenza
per brevi attimi in cui respirare 
ciò che nel petto è ormai dolore,
in cui ridere senza tossire, abbracciarsi senza tremare.
Ma guai, guai a illudersi! Fatale a quest'età è sperare,
fatale perché di ciò che resta 
dovremmo fatalmente chiederci che cosa fare,
ora che non siamo più vite da eleggere, fortuna o disgrazia da dispensare,
ma sta ancora a noi scegliere, delle nostre vite cosa lasciare.

1.1.12

LA CRUDELTA' DI UN DIRITTO

"Se fossi stato al vostro posto... ma al vostro posto non ci so stare."


Come si spiega l'Olocausto?
Come si ricorda il Ventennio?
Come si cerca tutta la vita sversata 
nelle foci del Rio de la Plata?

Con l'uomo. 
Che dalla parte di morti, 
dalla parte di fame,
naturalmente non ci sa stare.

Con il ragazzo. 
Che alla sua prima assemblea ginnasiale, 
voce fiera ed occhi incerti, 
si dichiara di estrema destra 
come unica lezione politica 
che, interrogato, riesca a rammentare:
come negata appartenenza 
a quella linda giovinezza di buona borghesia
che, troppo vicina per la sua rassegnazione,
ha dovuto solo contemplare.