26.6.13

IL SENSO DI PUDORE

Donami una vacanza di pietra
senza memoria concreta


R. mi diceva
di chiamarsi Ros, lo preferiva:
per sembrare meno figlia, meno terrona;
per non ricordare, della sua terra,
solo quella nelle unghie del padre;
solo l'antico, devoto ossequio
all’istruzione di sua madre.

R. mi diceva
che fu la mia barba ad amare per prima:
scoprendosi paziente
nel vederla crescere, mattina dopo mattina;
cercandola dal suo usuale osservatorio d’angolo
come un padre, fuori da scuola, la sua bambina:
una barba tanto armonica nel viso
da donarle pace rara, quanto un mio sorriso.

R. mi diceva
in fondo a quegli sguardi
le parole che, lontana,
dentro ai libri poi lasciava;
con l’inesperienza necessaria,
avrebbe detto qualcuno,
per non ricordare, non ancora,
tutto ciò di cui doversi vergognare;
cercando i suoi pensieri
negli stessi cieli con cui piangeva:
cieli neri come occhi ancora vivi e veri,
che gli anni avevano baciato
nell’età che non avrebbe tradito.

R. mi diceva
di non riuscire a farsi lesbica:
l’idea di cazzo la violentava, 
ma quell’umore fondo di fica…
più del mare l’inquietava.

R. mi diceva
di pura nausea per i maschi,
tra pusher assillanti
e fidanzati scostanti:
ma s’era fatta tutta l’astinenza,
riguadagnato il suo starne senza;
ora il naso le serviva a respirare,
e ‘trascendere’ tre volte al giorno
nel duro cammino al plesso solare.
Non più la svampita
matricoletta trasferita
su strade d’alba feroce:
strascinarsi lento e pesante,
degno del più sadiano Dante,
sino ai confini del tramonto,
al risveglio in anonimi sudari…
Fuori già, ancora, il buio,
un tg dal tinello comune,
l'ano urlante da sciacquare,
in specchi opachi ritrovare
quel disprezzo sufficiente
per continuare ad ammazzarsi
senza mai sapere se morire.

R. mi diceva
che il dolore lo conosceva,
non era quello a spaventarla…
ma un attimo prima si fermava!
Mentre la madre,
che per qualcuno era esistita,
che doveva averla tanto amata
da donargliela, quella sua vita…
povera mamma, ripeteva,
non s'è mai chiesta perché vivesse
e io non chiedo perché sia morta.

R. mi diceva
che il suo analista conveniva:
io ero stato un incontro positivo.
Forse per questo doveva partire.
No, non lasciarmi!
Ma solo andarsene:
troppe macerie di vecchia vita
per costruirne lì una nuova.
‘Che vuol dire quando?
Anche domani, se potessi!’
Una città nuova, grande, dura.
Una lingua da imparare,
le sue forze sole su cui,
finalmente, dover contare.
Ma mi voleva vicino,
in quel tempo che le restava,
perché la amavo, lo sentiva.
… E poi qualche indirizzo, magari!
Non avevo provato l’emigrazione
anch’io nella perfida Albione?
Le ho detto arrivederci,
mi ha risposto sì, ci rivedremo
– aggiungendo di capire:
immaginava cosa sentissi
e il mio dolore, lei, lo rispettava.

Due giorni e l’ho risentita:
non sarebbe più partita.
Aveva temuto quelle emozioni,
quelle cercate tutta la vita,
e, cazzo, proprio adesso…
ma no, non sarebbe fuggita!
Ora potevamo stare insieme.
Andiamo a farci un cocktail
preparato come si deve:
offro io… vabbè, mio padre!
Le ho detto addio,
mi ha sibilato di non stupirsi.
Né ci mise molto a sparire,
dimenticare quell'ossessione allucinante:
una telefonata sussurrata, una lettera urlata…
lì, dal fondo nero delle sue notti in bianco.
Mentre io difendevo la coscienza
dal ritorno dei misurati deliri
di quel corpo troppo vuoto
per non echeggiare in sua assenza.

Troppo perché potessi solo pensare
di non mandarla, non subito, a cacare;
troppo perché potessi gratificare
il mio tempismo elegante e scrupoloso,
forte d'una robusta erezione
nell'onanistica viva visione
del suo addome asciutto e nodoso,
di quella pelle gotica quasi trasparente,
di quelle mammelle da madre
su di un petto, un corpo intero, da figlia eterna.
In quelle magre notti di giugno,
toccarsi le punture con dita quasi fiere,
specchiarsi nella finestra in posture da gonzo movie
– immaginando che da fuori qualcuno ti vedesse,
chiappe all'aria, timida e avida a succhiare,
per menarselo con furia di punizione,
ansimando 'Troia…' sino a venire senza godere –
Quelle tue sole tette dolenti da scopare,
perché lui non l’avevi ancora lasciato,
perché mestruata non lo volevi fare…
finendo per saziare, in un istante d’onnipotenza,
la voglia cupa che ti affamava l'esistenza.

Torno lì, oggi.
I ricordi stretti, tesi a frugare
tra i resti di ieri ciò che rimane:
sul tuo mento gocce chiare
quanto i tuoi occhi, a ringraziare.
Oggi che la solitudine della mia pelle
persino da te si lascerebbe lenire:
lei che potrebbe scordare
chi muove quelle dita
che solcarono questa vita
spoglia d’odio, nel calore animale
cui ogni uomo vorrebbe tornare.


3 commenti:

orazio ha detto...

Quando descrivevi la finestra di fronte alla quale si metteva nuda vedevo la finestra del mio appartamento di Bologna;
quando la descrivevi fisicamente vedevo Denise....

Anonimo ha detto...

... E quando credevi di vedere uno con il teleobiettivo dalla finestra di fronte... ero io! Abbandonando per un attimo il tono faceto, credo che la capacità (o la fortuna?) di riuscire ad evocare, tramite i propri scritti, una personale proiezione in chi legge, sia una delle soddisfazioni più grandi di questo mestiere. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda tenderei sempre a mettere in guardia dalla tentazione di vedere la vita dell'autore dietro la sua pagina... ma queste sono pelose questioni metaletterarie, buone giusto per gli accadmeici molestatori di studentesse, eh eh... cosa che noi, per fortuna, non saremo mai!

Vilco bisex... moderno, mamma! Ecco, moderno! (a letto con Leonardo Zartolin)

Picci deni ha detto...

<3