30.6.13

TU NON SEI PIU'


Se dovessi definire una persona media, penserei a qualcuno che si premuri costantemente di essere ben amalgamato con l'humus sociale di appartenenza, o di anelata emancipazione. Dunque qualcuno che non tragga gratificazione né frustrazione dagli eventi e dalla qualità complessiva della sua vita in quanto tali, ma sempre previa commisurazione di questi alle vite degli altri, costituenti il suo humus di riferimento. Da qui la curiosità morbosa, come la critica livorosa, riservate al prossimo, e, di contro, la più larga indulgenza concessa a sé stessi. Sarebbe impossibile, per un individuo singolo che ancora possa dirsi tale, tentare di comunicare con qualcuno di tali individui medi, per la semplice ragione che il primo non si ritroverebbe di fronte un interlocutore, bensì un semplice portavoce di pensieri o sentimenti comuni, il rappresentante e garante di un io collettivo: ambasciator che non porterebbe pena, come non porterebbe più sé stesso, dato che ad un sé egli ha ormai rinunciato, facendosi noi, in cambio della rassicurazione e della garanzia di non restar più solo  – o, quantomeno, di non sentirsi più tale, finché a quell'humus funzionale.

Nel passato anche io ho tentato di essere così, ma fortunatamente non mi è riuscito. Dico fortunatamente perché adesso non lo vorrei più; dico fortunatamente perché vedere una realtà dal di dentro – di sé stessi, in primis – trovo sia l'unico modo di raccontarla, denunciarla, e dunque combatterla. Così io ne scrivo, cercando al contempo di leggere il meno possibile quanto scritto da altri, qualora senta che in me potrebbe riaffiorare ciò che allora tentai di diventare.

29.6.13

Stati calmi e sottomessi

Ad oggi, ogni contratto sociale non presuppone alcun superamento, solo una regolamentazione dei rapporti di forza fondativi dello stato di natura. 

Osservo questo cane non mio, questo animale che tanto mi è caro, posto tra altri cani – in fondo sono io l’artefice di questa sua forzata “socializzazione”, dovrei ricordarlo anche alla mia ansia montante! Osservo come con alcuni dei suoi simili l’empatia sia immediata e, apparentemente, incondizionata (finché, mi suggerisce il mio pessimismo positivista, non dovessero spartirsi un riparo o del nutrimento, o anche solo l’attenzione di un padrone); con altri è istinto all’aggressione probabilmente fatale (un fenomeno dalla dinamica meno reciproca di quanto un incondizionato animalismo potrebbe far sperare: in questo, trovo che i cani si dimostrino animali non più nobili né ragionevoli degli esseri umani); con altri ancora c’è un iniziale avvicinamento guardingo, affidato al notorio olfatto più dotato del nostro, cui segue un preoccupante ringhiare e scoprirsi di denti. Trovo snervante, nella circostanza, la paternalistica saccenza con cui le altre persone commentano di solito il mio seguire gli eventi tenendomi il più possibile pronto ad intervenire, nel caso degenerino. Ritrovo tutta la stupidità delle convinzioni più radicate e, in fondo, rassicuranti, nel loro spiegarmi – assolutamente gratuito e non richiesto – che bisogna lasciare che i cani se la vedano tra loro, in simili casi: basta che stabiliscano una gerarchia, e che chi è destinato a stare sotto impari presto, a proprie spese. Di solito il silenzio è la massima forma di opportunistica cortesia che riesco a riservar loro, mentre i ricordi come al solito riaffiorano, eclissando per intensità gli stati d’animo del presente… ripenso così a quei campi estivi parrocchiali dove i miei continuavamo a spedirmi fiduciosi, nonostante lì subissi vessazioni, fisiche e verbali, largamente dimostrate. Ma ripenso anche alla scuola, alla pratica sportiva, alla vita in famiglia, alla “buona educazione” tutta imperniata sulla progressiva acquisizione di consapevolezza circa il proprio ruolo e quello degli altri. Ripenso alle varie forme di gerarchia insite o istituite nel mondo animale, e continuo a provare, se non amore, più pietà per un cane che per un uomo.

28.6.13

LODE AL LODO


Questi qui che fanno tanto gli indignati militanti e poi pubblicano per Berlusconi, io in fondo li compatisco pure… 
Comprendendo – o solo intuendo, sospettando – che nulla di loro resterà da morti, essi cercano di arraffare quanto più possibile finché in vita. 
E cosa seduce le folle, cosa apre le cosce meglio di una maschera ben indossata?

27.6.13

VITE DI UN AMORE


Dunque l'amore durerebbe tre anni, Monsieur Beigbeder? Forse per lei, ma per altri molto meno: ecco perché questi possono decidere di farlo durare quanto credono e necessitano (… entrambi gli amanti, si spera!). Tuttavia, se anche l'amore durasse tre anni, l'attrazione irresistibile, quella che non può disgiungersi dal terrore ossessivo della perdita, dell'abbandono, si limiterebbe a tre mesi: quando le fantasie di altri corpi iniziano a travalicare i limiti della possibilità per farsi necessità, puntualmente intrisa di un inutile ed impotente senso di colpa. Il progressivo esaurimento del desiderio verso l'altro, stabile ed unico interlocutore erotico, avrà poi a che fare piuttosto con qualcosa che ricorda l'acuta indigestione per un cibo di cui ci si sia scoperti ghiotti, piuttosto che la cronica nausea per un liquore che ci abbia casualmente inebriato, per poi ubriacarcene ferocemente. Tuttavia, benché avvertita in noi quest'elementare verità, preferiamo continuare a rifugiarci nella consuetudine della monogamia: mortificando così i nostri corpi ma pure – forse neanche sospettandolo – le nostre anime; condannando quella rara affettività che ci è concessa, ad un'esistenza assai più breve ed angusta di quella che avrebbe potuto vivere; ed impedendole, così, non certo di lenire la nostra solitudine esistenziale, ma perlomeno di consolare quella paura vitale.
In fondo c'è molta meno ingiustizia e violenza – il che svuota d'ogni residua rilevanza il concetto labile di naturalezza – nell'affettività omosessuale: lì possono incontrarsi, infatti, creature mosse da bisogni assai meno divergenti di quelli che contrappongo un uomo ed una donna reciprocamente attratti.  

26.6.13

IL SENSO DI PUDORE

Donami una vacanza di pietra
senza memoria concreta


R. mi diceva
di chiamarsi Ros, lo preferiva:
per sembrare meno figlia, meno terrona;
per non ricordare, della sua terra,
solo quella nelle unghie del padre;
solo l'antico, devoto ossequio
all’istruzione di sua madre.

R. mi diceva
che fu la mia barba ad amare per prima:
scoprendosi paziente
nel vederla crescere, mattina dopo mattina;
cercandola dal suo usuale osservatorio d’angolo
come un padre, fuori da scuola, la sua bambina:
una barba tanto armonica nel viso
da donarle pace rara, quanto un mio sorriso.

R. mi diceva
in fondo a quegli sguardi
le parole che, lontana,
dentro ai libri poi lasciava;
con l’inesperienza necessaria,
avrebbe detto qualcuno,
per non ricordare, non ancora,
tutto ciò di cui doversi vergognare;
cercando i suoi pensieri
negli stessi cieli con cui piangeva:
cieli neri come occhi ancora vivi e veri,
che gli anni avevano baciato
nell’età che non avrebbe tradito.

R. mi diceva
di non riuscire a farsi lesbica:
l’idea di cazzo la violentava, 
ma quell’umore fondo di fica…
più del mare l’inquietava.

R. mi diceva
di pura nausea per i maschi,
tra pusher assillanti
e fidanzati scostanti:
ma s’era fatta tutta l’astinenza,
riguadagnato il suo starne senza;
ora il naso le serviva a respirare,
e ‘trascendere’ tre volte al giorno
nel duro cammino al plesso solare.
Non più la svampita
matricoletta trasferita
su strade d’alba feroce:
strascinarsi lento e pesante,
degno del più sadiano Dante,
sino ai confini del tramonto,
al risveglio in anonimi sudari…
Fuori già, ancora, il buio,
un tg dal tinello comune,
l'ano urlante da sciacquare,
in specchi opachi ritrovare
quel disprezzo sufficiente
per continuare ad ammazzarsi
senza mai sapere se morire.

R. mi diceva
che il dolore lo conosceva,
non era quello a spaventarla…
ma un attimo prima si fermava!
Mentre la madre,
che per qualcuno era esistita,
che doveva averla tanto amata
da donargliela, quella sua vita…
povera mamma, ripeteva,
non s'è mai chiesta perché vivesse
e io non chiedo perché sia morta.

R. mi diceva
che il suo analista conveniva:
io ero stato un incontro positivo.
Forse per questo doveva partire.
No, non lasciarmi!
Ma solo andarsene:
troppe macerie di vecchia vita
per costruirne lì una nuova.
‘Che vuol dire quando?
Anche domani, se potessi!’
Una città nuova, grande, dura.
Una lingua da imparare,
le sue forze sole su cui,
finalmente, dover contare.
Ma mi voleva vicino,
in quel tempo che le restava,
perché la amavo, lo sentiva.
… E poi qualche indirizzo, magari!
Non avevo provato l’emigrazione
anch’io nella perfida Albione?
Le ho detto arrivederci,
mi ha risposto sì, ci rivedremo
– aggiungendo di capire:
immaginava cosa sentissi
e il mio dolore, lei, lo rispettava.

Due giorni e l’ho risentita:
non sarebbe più partita.
Aveva temuto quelle emozioni,
quelle cercate tutta la vita,
e, cazzo, proprio adesso…
ma no, non sarebbe fuggita!
Ora potevamo stare insieme.
Andiamo a farci un cocktail
preparato come si deve:
offro io… vabbè, mio padre!
Le ho detto addio,
mi ha sibilato di non stupirsi.
Né ci mise molto a sparire,
dimenticare quell'ossessione allucinante:
una telefonata sussurrata, una lettera urlata…
lì, dal fondo nero delle sue notti in bianco.
Mentre io difendevo la coscienza
dal ritorno dei misurati deliri
di quel corpo troppo vuoto
per non echeggiare in sua assenza.

Troppo perché potessi solo pensare
di non mandarla, non subito, a cacare;
troppo perché potessi gratificare
il mio tempismo elegante e scrupoloso,
forte d'una robusta erezione
nell'onanistica viva visione
del suo addome asciutto e nodoso,
di quella pelle gotica quasi trasparente,
di quelle mammelle da madre
su di un petto, un corpo intero, da figlia eterna.
In quelle magre notti di giugno,
toccarsi le punture con dita quasi fiere,
specchiarsi nella finestra in posture da gonzo movie
– immaginando che da fuori qualcuno ti vedesse,
chiappe all'aria, timida e avida a succhiare,
per menarselo con furia di punizione,
ansimando 'Troia…' sino a venire senza godere –
Quelle tue sole tette dolenti da scopare,
perché lui non l’avevi ancora lasciato,
perché mestruata non lo volevi fare…
finendo per saziare, in un istante d’onnipotenza,
la voglia cupa che ti affamava l'esistenza.

Torno lì, oggi.
I ricordi stretti, tesi a frugare
tra i resti di ieri ciò che rimane:
sul tuo mento gocce chiare
quanto i tuoi occhi, a ringraziare.
Oggi che la solitudine della mia pelle
persino da te si lascerebbe lenire:
lei che potrebbe scordare
chi muove quelle dita
che solcarono questa vita
spoglia d’odio, nel calore animale
cui ogni uomo vorrebbe tornare.