30.12.11

PER TE CHE NON HO SENTITO

“Sai, quando tornerai io sarò già via, senza un’idea…”


Scrivi, Ho le tasche piene, dopo quattro date di seguito,
le tasche piene di piccole poesie che continuano a darmi alla fine dei concerti.
Penso, Ho rischiato anch’io qualcosa di così pateticamente ingenuo.
Ma tu stasera avrai suonato, ormai, nella città in cui sono nato  
ed io me ne sarò già andato
per non gualcire quella pagina chiusa con cura nel cuore,
quella pagina che appartiene solo alla scorsa estate, eppure,
dove tutto ancora, dalle tue parole fuori d’ogni canzone
al pubblico ineluttabilmente allineato
ma in arroganza e banalità elegantemente moderato,
tutto s’è librato altrove,
via dalla feroce, infaticabile fame della delusione.
Sento, velenosa ironia, Non hai mai avuto un’età per stare sul palco,
non ne hai più una per starvi sotto.
Come se ci fosse un’età cui è concesso essere patetici,
nel nostro mondo di patetismi obbligatori
fino ai giorni delle carrozzelle mosse da ucraine amarezze.
Come se essere patetici in gioventù,
fingere di non riconoscere la speranza, non più,
quando ancora c'è un orizzonte in cui provare a scorgerla, laggiù,
fosse un peccato meno mortale, contro altro da se stessi.


A Vasco,
noi figli che non avremo

29.12.11

RIFRAZIONE D'AUTORE

Vitale ad un'arte che sia tale
è il narcisismo d'autore,
l'autobiografismo esistenziale,
quando si compia quell'impresa anelata
o quel miracolo inatteso 
dell'universale luccicanza nel particolare.
Come il cielo che per eletta vocazione
dona vita e destino alla luce del sole.

28.12.11

BAMBOCCIONI
 

Ad una profetica articolata barbetta
di compassato sociologo accademico
- toscanello barzotto e platee in umor di menopausa

Ad un argenteo cirro negletto
- nostalgia di zingare felicità
dalle colonne del gruppo L’Espresso
alle filiali tesi dottorate
di proli disinvoltamente emigrate

A tutti i gaiamente isterici,
frivolmente viziati sacerdoti ultimi dell’intelletto
che suadentemente insistessero,
scortati con discrezione dalla bianca violenza dei dati statistici,
sulla nefasta influenza d’un genitore
d’ultima ed irripetibile piccola borghese stagione
sull’innocente volenterosità d’un figlio vanamente dottore

Ad essi chiederei,
nel cieco e monco livore di chi osa poiché sa
che mai realmente lo potrà,
come quella patetica mai giovane prole avrebbe potuto tessere
un filo di spina dorsale cui aggrapparsi per non mendicare
il calore solo che un imploso sociale in cuore ancora possa celare:
brace tra le ceneri del desco famigliare.

Affannandosi per tutta la vita davanti,
la vita tenacemente longeva dei suoi genitori,
a non scoprirsi troppo indegna di quel primo ed ultimo amore
in cui poter sperare, intuitivamente conscia d’esser amata
entro i confini, i bisogni dell’amante cui si è consegnata,
dai quali troppo non si voglia allontanata.
Dove, ancora, fabbricarsi mani robuste, di fibra forte
come le valigie dei tempi del vaiolo,
prima che morte, fame e guerra mondiale
venissero esportate senza reso tra quelle piccole vite lontane.

In quale mondo, infine, scappare
insieme alla maggiore età con cui dividersi fumo e pane.
E come se non dovesse la propria venuta al mondo
al silenzio complice della maggioranza, alla raccomandazione
nel voto alla Madonna in parrocchia, nel voto di scambio in sezione,
lasciare dove non volersi più voltare,
saper dimenticare con la grazia di chi non vuol più ricordare
quell’ultima tenace velenosa utopia
maledetta dalla stessa longevità della gobba più nefasta alla Democrazia.


A chi decide d’economia senza intristirsi nei discount,
a chi profetizza di sociologia senza imprecare alle fermate d’autobus,
agli applausi d’ogni pubblico pagante


27.12.11

MA COSA STA DICENDO!

Ripropongo  di seguito queste righe scritte in occasione dell'ultima sua sortita pubblica cui ebbi la ventura di assistere. Se n'è andato uno dei pochi che ancora potesse dar vanto e orgoglio alla sempre più "creativa" professione (di fede?) giornalistica, indubbio, ma cerchiamo per una volta, almeno su queste pagine, di non cedere all'italica vocazione agiografica. Non è del resto di uomini senza macchia che avrebbe bisogno un mondo che si volesse meno iniquo, ma anche soltanto di uomini. Arrivederci, Giorgio Bocca. Il suo Noi terroristi mi ha spiegato l'Italia di quegli anni dal punto di vista che non avrei mai voluto avere, ma che dopo la lettura del suo libro non ho potuto che rispettare: come un vecchio e dignitoso nemico, come ogni padre.

27/12/2011


Giorgio Bocca sostiene che se potesse strozzerebbe l'avvocato Ghedini.
L'avvocato Ghedini sostiene che certe esternazioni istighino all'odio.
Il sottoscritto sostiene che non istighino proprio a niente: gli anti restano anti e i pro, pro.
E se anche qualcuno avesse lo slancio di cambiare squadra, non so quante forze gli resterebbero, poi, per mettersi pure a odiare.

Confronti come quello di ieri, con un Bocca stancamente savonaroliano contro un Ghedini odiosamente professionale, al di là degli effetti sull'ultima fatica editoriale del primo, credo servano solo a regalare a certi mascalzoni, per dirla con lo stesso Bocca, ampi spazi per le loro esposizioni di civiltà a caro prezzo: pagato, nella circostanza, da quella che è stata una indiscutibile penna pensante, prima che tuonante.
E che forse, complici anche gli equilibri di forze che stagioni democratiche e stagioni della vita giuocano a sparigliare, dovrebbe iniziare a pensar meglio le proprie sortite tra i farisei nelle piazze di mercato.

5/2/ 2010

25.12.11

UN PAESE PICCOLO PICCOLO

Vedo Sordi in borghese per non so quale ennesima volta.
Mi accorgo ora di quanto atroce sia quell’incompiuta attesa di tragedia
prima che la morte si prenda la scena.
Vedo mio padre e mia madre, in tutti i padri e le madri
che avrebbero potuto prendere il loro posto.
Tutti i padri e le madri come loro,
nascosti in altre case, mascherati d’altre vesti, assolti dietro ad altri ruoli.
Mio padre che dimentica i libri ad ingiallire, che provoca fingendo di non ricordare,
ripetendo ‘Che vuol dire? Ogni anno viene un 12 dicembre!’
Mia madre, decorosamente servile nel suo mai sapere,
timidamente fiera di aver voluto solo lavorare, saputo solo sacrificare:
con generosità tale da poterla tramandare, costringendomi a ereditare.

Poiché vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che nulla cambi.