14.8.11

LA DESOLAZIONE DEL PLUSVALORE

“L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi.”


Il lavoro che non riesci a trovare.
Il lavoro che non hai, il lavoro che non vuoi.
Il lavoro che avresti voluto e il lavoro che mai saprai fare, né sognare.
Il lavoro che, inerme, hai visto cambiare, farsi ineffabile sino a svanire.
Il lavoro che ti chiama dal buio, nella paura della fame.
Il lavoro che non si lascia più nemmeno implorare.
Il lavoro che si nasconde
per poi saltarti al collo
e stringere, sino a soffocare;
o stancarsi, d’un tratto, e lasciare.
Lasciarti orfano, solo con le tue inutili piaghe
senza asilo sindacale né decoro sociale.
Il lavoro che il mondo ostenta, millanta:
tronfio del proprio consegnarsi senza trattare,
affannato operoso
verso un maturo marcire.
Il lavoro, questo nulla angosciato e colpevole
delle tue clandestine giornate
in cui ripeterti, colpevole, che la vita è troppo fragile,
troppo cara per lasciarla ed andare a lavorare.
Troppo ancora ha da svelare per rimpianger quelle catene:
dorate delle devote amministrazioni delegate,
arrugginite delle impiegatizie reverenze muffite.
Cloni allineati, ciechi soldati, droni  umani
grati di scordare nel tributo
l’origine della propria stanca specie
ceduta per un guadagno di miseria,
una carità di dignità nel nuovo consorzio sociale:
rifugio filiale al fondo  nero del suo cuore
provinciale, di bottega
globalizzato, multinazionale.

Il lavoro, che rende liberi.

13.8.11

SOLI CAPELLI

Ed ai miei amici che dal carcere mi chiedono cosa si provi ad esser liberi, rispondo: 
'Sono forse liberi, gli uccelli, dai vincoli delle migrazioni?'


Avevo vent'anni:  
molti li hanno avuti,
tutti li han perduti.

Avevo vent'anni:
quella cogente età
d'ogni bellezza, felicità.

Avevo vent'anni:
sognavo con il livore degli occhi spalancati
i lunghi capelli seta di donna
ai cantanti, ai poeti,
agli eroi donati. 

Leccavo la mia matura, fraterna 
piaga d'esclusione
nella promessa romanzata 
d'una libertà assoluta, 
su ali senza debiti di filiazione
né vincoli di migrazione:
ali tese verso una ritrovata fratellanza, 
in una terra comune d'identità
oltre i confini dell'omologazione.

Vedevo crescere i miei capelli,
tornare finalmente vivi 
a quella famiglia d’elezione.
Li guardavo avanzare disarmati,
come nude mani opporsi a carri armati,
incontro all'innato ricatto di dolore
in fondo agli occhi d'un genitore:
che nei miei si vestì di rancore
tanto in fretta da disperdere
in me la rabbia di pretendere, 
l’amore con cui proteggere 
quel mio diritto all’illusione.

Ripetevano
infaticabili e insieme esasperati, 
ripetevano sere interminabili...
che la poetica dell’esclusione, l’edonistica provocazione
erano strade ampie, battute
della mia goffa emulazione
verso quell'io bipolare,
depressivo e insieme maniacale,
cui un giorno sarei riuscito ad arrivare.

Prese per buone come le benzodiazepine,
ingoiai muto e grato
le loro pillole, le loro parole:
come il presagio di cadere
l’incoscienza, il coraggio di camminare.

Ora che i miei sono in pensione
insieme alle attese e alla rassegnazione,
ora che le loro vecchie forze
con le giovani pretese spartiscono la sorte.
Ora che so cosa sussurrare
al mio malumore esistenziale
quando ancora vorrebbe urlare,
chiamando per accusare
vicini, sirene, corsie d’ospedale.
Ora che potrebbero crescere 
senza pesare,
senza nessuno da far morire di crepacuore,
invecchiare di delusione...
quei miei capelli sono volati.

Via, senza un perché.
Via, senza portarmi con sé.
Via, con l’eroe che in me non fu, non è.
Via, in tanti:
non so, non voglio dire quanti.
Per chi è rimasto non ho occhi,
non ho forza di contare.
Tra reduci nessuna umanità:
il proprio disprezzo gli strozza in petto 
ogni altrui pietà.


Solo, ognuno, 
nell’ultimo inverno a ricordare  
quei sogni d’oppio cui ci scaldammo,
ancora vivi, bruciare. 


A mia madre, 
origine limpida, misteriosa, 
d'ogni mia prima cosa


12.8.11

QUARANTA SOLITUDINI

"E chiudi lo scrigno dei tumori e i tuoi quaranta cuori..." 


Non vi odio, non ancora.
O forse allora, e mai più.
Non tremo come temevo
nei pesanti specchi assillanti
che pazienti diradarono
l'ingenua fierezza dei miei lustri
da chitarre d'imbrunire riflessi
nel fondo d'ogni notte
che in pudore guardai schiarire.

Che piano hanno levigato 
sottile ogni crudeltà innata
d'una schiena appena dorata,
un'ascella non ancora rasata.
Nutrito i loro umori,
lontano richiamo all’avida
mai sazia espiazione
delle mie ultime, stremate erezioni.

Solo non posso, non perdono 
al tempo 
quella schizofrenia d'alternanza
tra strappi furiosi e mortale indolenza.
A trascinare e divorare
ogni senso vinto al reale.
Tolto
a queste mani, pensieri, passioni.
Svanito
insieme alla promessa comprensione,
lasciandosi dietro solo l'enigma 
mai sciolto del proprio orrore.

Negando silenzi di pace,
riposo in quiete al nostro arrivo.
Tacendo o mentendo 
ogni perché
posto a custodia della terra 
stesa tra l'arrivo e la partenza:
la linea di confine
tra il nostro nascere e morire.

Vanificata la mortale speranza, 
l'esodo reso pellegrinaggio:
un passo dopo l'altro a ricordare
che ogni afferrare fu dover perdere,
ogni sfiorare non saper plasmare.


11.8.11

LA SOLITUDINE DELLE PIZZE AL TAGLIO

Voi orfane finestre, nel vostro buio quanto ho cercato...
E voi magre lamiere, gementi ad un vento stremato...
 
Quell'intera visione di quieta, composta disperazione,
ermetico asilo di questi occhi imploranti  
pietà estranea ai lamenti sguaiati, edificanti
che, spoglia d'ogni pudore, laida insinua la televisione.

O pizze al taglio... desolazione muta,
anonimo riflesso delle nostre ultime ore, 
sapete a sera impallidire ciò che muta
e non muore, ancora, in un solo cuore.

10.8.11

IL PERDUTO POPOLARE

Er riccio:
vezzo antico, scapriccio  
de li romanari.
Sieno parioli come borgatari.