23.6.13

SARA’ UNA RISATA CHE CI SEPPELLIRA’?


“Tutto ormai si svolge come se l’espressione diretta di un sentimento, di una emozione, di una idea sia diventata impossibile, perché troppo volgare. Tutto deve passare attraverso il filtro deformante dell’ironia e del distacco.” 

Da una parte questo, dall’altra la sovraesposizione speculativa dei sentimenti – meglio se affermabili per brutale contrappunto come gioia e dolore – che rende grottescamente iperreale ciò che non avrebbe più senso definire naturale.

22.6.13

E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico
che anno per anno indietreggia davanti a noi…


Era allora
la mia prima giovinezza:
nata forse tardi,
certo vissuta troppo.
Anch'io, talvolta ebbro
di quegli anni liberalizzati,
lasciai avvicendare, come molti,
infatuazioni ragionevoli,
per intensità e natura dell'oggetto,
rivelatesi comunque folli.
Tuttavia, forse complice
un conformismo poco narciso,
non seppi compiacermi
né fortificarmi, nella disfatta:
solo espiarne evanescenti colpe,
capolino ed epilogo
d'ogni volontà di potenza.

Il solo sincero afflato metafisico,
forse non degno di panteismi germanici,
alberga ancora, con rara dignità,
tra tali memorie coatte di quella comune età.

Quando, volendo concedermi
il pensiero, non già reciproco,
d'una lei tra le mie elette,
io attendevo notti limpide
ove confidare in bui sereni
come le rese di quegli anni.
Per cercarvi una stella
da immaginar lucente
sopra la casa, nella stanza
in cui ella, in quel momento,
condividesse i miei pensieri
pur volgendoli chissà dove;
e mossa da simili emozioni,
omologhe assurde ragioni,
a quella stella dedicasse
la vanità dei suoi sguardi
più amari, indifesi, lontani…
i nostri sguardi più umani.

E, seppur in fredda luce
a distanza di vite intere dalla mia,
trovar la stessa consolazione
che teneva vivo, in vita,
ciò che allora io ero, o credevo.

Mentre la luce
che poetai morente
soltanto per donarle speranza,
sarebbe rimasta lì, a custodirla:
sia che lei fosse ignara,
fredda e, infine, assente,
la stella lì sarebbe restata,
più fedele della dolente devozione
d'ogni mio giuramento interiore.


A te:
non io, non già, ch'io speri,
al pensier ti ricorro

21.6.13

LUOGHI COMUNI


Il razzismo, il classismo,
tutta l'italica intolleranza
rimane più verbale che fisica:
ci si insulta sui mezzi pubblici
per non pestarsi nei pubblici spazi.

Mortalmente opulenti,
noi qui continuiamo
a far parole più che fatti,
tremando soltanto in pochi
al pensiero di cosa sia peggio;
mantenendoci equidistanti
dall'odio come dalla ricchezza
con cui, nelle risacche d'imperialismo,
pure nazioni educano i loro popoli stranieri.

20.6.13

NEGLI ISTINTI ESTINTI


Questo giugno lento
quanto il suo soffocamento,
mi riporta alla prima estate
dominata da necessità sessuali.

Quando credevo,
tredicenne tremante
come un timorato pedofilo,
di poter avvicinare ragazzine
o giovani donne vitali,
madide di umori primari,
lungo marciapiedi affollati
di urgenze mai condivise,
né da me comprese.

E tutto il mio candore –
quella purezza senza più valore –
s'annidava nella suggestione
di un richiamo da quei corpi
a me apparsi d'improvviso nudi;
come se liberarsi delle vesti
fosse spogliarsi anche dei veti
che mantenevano estranei,
stridenti i nostri impulsi…

Noi razza dispersa,
destinata a non ritrovarsi
che nella cattività
precedente ogni estinzione.

19.6.13

IL DEMONE DELLE PICCOLE COSE


Onde restare il più possibile indenni dal loro influsso, bisogna avere rispetto degli oggetti, sia quelli che funzionano solo quando sono loro a deciderlo sia, a fortiori, quelli nei quali crediamo di essere stati noi ad inciampare, cozzare, imbatterci fastidiosamente per fretta o distrazione, ma che in realtà sono i veri artefici di tali avvenimenti apparentemente casuali ed irrilevanti; in quanto gli oggetti – tutti gli oggetti – sfruttano al meglio la loro immobilità per trattenerci lì dove noi pretendiamo, arroganti, di soffermarci quanto basti ad usarli. Silenziosi e potenti, discreti e minacciosi, gli oggetti sanno assumere anche sembianze umane: uscieri, portinai, bidelli, impiegati di uffici aperti al pubblico, portantini come infermieri; poi ancora molti anziani, moltissimi insegnanti, e gli altri innumerevoli ammennicoli come loro, tutti i soprammobili semiviventi di questa società dei consumi interpersonali. Naturalmente invidiosi, dal loro punto d’osservazione – posizione angusta ma quanto mai privilegiata – di qualsiasi forma di vita che gli appaia minimamente goduta da chi passa loro accanto, essi tentano istintivamente d’intralciarne il percorso – o almeno ritardarlo, per aiutare vecchiaia e morte a raggiungerli più tempestivamente. Come pavidi omertosi in terra di mafia o spavaldi interventisti in tempo di guerra, questi non lavorano per conto della disgrazia ma le rendono comunque un soddisfacente servizio.