LA GRANDE EBBREZZA DELLE MANIE DI GRANDEZZA
Si apre come un’aurora
Roma, dietro le spirali del Tevere,
gonfio di alberi splendidi come fiori,
biancheggiante città che attende i non nati,
forma incerta come un incendio
nell’incendio di una Nuova Preistoria.
Si apre come un’aurora
Roma, dietro le spirali del Tevere,
gonfio di alberi splendidi come fiori,
biancheggiante città che attende i non nati,
forma incerta come un incendio
nell’incendio di una Nuova Preistoria.
Ma quanto si piacciono questi "giovani" registi - pardon, autori -
italiani? Abbastanza, constato, da prescindere disinvoltamente dal
benché minimo scrupolo narrativo, per naufragare dolcemente in
preziosissima contemplazione del nulla. Nulla che ha però il merito di
fornirgli un ottimo alibi per il loro ozioso manierismo, incorniciato da
didascalie di scaltra quanto trita morale: vedansi le sapienti morti
disseminate a contrappunto dei morti viventi protagonisti; o, ancora,
l'infanzia e giovinezza negate ancor prima che ferite; per giungere
all'imperdibile monito mistico finale, secondo cui "le radici sono
importanti". Ma per favore! Allocco il sottoscritto, a spendere
ostinatamente soldi - nonché bile - per certe pellicole (... peraltro al soldo di B., oltre che al soldo pubblico: la classe non è acqua, ma Chanel number 5!)