1.6.13

LA GRANDE EBBREZZA DELLE MANIE DI GRANDEZZA
 

Si apre come un’aurora
Roma, dietro le spirali del Tevere,
gonfio di alberi splendidi come fiori,


biancheggiante città che attende i non nati,
forma incerta come un incendio
nell’incendio di una Nuova Preistoria.

 

Ma quanto si piacciono questi "giovani" registi - pardon, autori - italiani? Abbastanza, constato, da prescindere disinvoltamente dal benché minimo scrupolo narrativo, per naufragare dolcemente in preziosissima contemplazione del nulla. Nulla che ha però il merito di fornirgli un ottimo alibi per il loro ozioso manierismo, incorniciato da didascalie di scaltra quanto trita morale: vedansi le sapienti morti disseminate a contrappunto dei morti viventi protagonisti; o, ancora, l'infanzia e giovinezza negate ancor prima che ferite; per giungere all'imperdibile monito mistico finale, secondo cui "le radici sono importanti". Ma per favore! Allocco il sottoscritto, a spendere ostinatamente soldi - nonché bile - per certe pellicole (... peraltro al soldo di B., oltre che al soldo pubblico: la classe non è acqua, ma Chanel number 5!)


28.5.13

Il coraggio, uno non se lo può dare.

All'indomani di questo subitaneo ritorno alla realtà, solo amarezza e rabbia per essersi così infantilmente illusi. Illusi che per questo Paese ed i suoi arroganti sudditi - ossimoro solo apparente - l'idea di politica e di partecipazione possano essere qualcosa di più pulito della partitocrazia, con i suoi proclami miracolistici ed il suo borbonico clientelismo (che a livello locale sfoggia la sua migliore inossidabilità). Ci siamo sbagliati (mi ostino al plurale perché ancora voglio credere in pochi degni di un 'noi') ma forse non avremmo neppure dovuto tentare? Interrogativo che potrebbe estendersi sino ad acquisire una valenza esistenziale...


24.5.13

SONO UNA DONNA, NON SONO UNA SANTA

… Ti annoi perché sei noioso!


Mai fatto mistero della noia che mi bracca ad incalzante intermittenza. Ennesima prova, in tal senso, sono queste righe in cui lascio finire nientemeno che quel Franceschini lì: uno indignus persino della barba di cui si fregia da qualche tempo. La sua recente è una comprensibile parabola di medietà (semivecchio sensibile agli umori di ascella semigiovane) che tuttavia si rende avvilente per l'odiosa sfumatura elitaria: non tutti i suoi coetanei, specie in tempo di crisi, suppongo possano permettersi di assecondare le proprie legittime pulsioni erotiche, lusingando economicamente l’oggetto del desiderio prostituente! Parabola tale da suggerirmi un altrettanto banale pensierino - politico, per così dire. Al di là delle ormai indubbie connivenze, si spiega sempre meglio perché la sedicente Sinistra non la spunti mai contro Lolito, riducendosi a portargli l’acqua con le orecchie (immenso Guzzanti figlio, unica assoluzione per Guzzanti padre!): perché questi sinistri sinistroidi sono, finanche sotto il profilo gaudente, la scopiazzatura bigotta e nevrotica del Cavaliere Marchese.
Al pensierino politico si è poi accompagnato un interrogativo di economia spiccia: ci sarà mica un nesso eziologico tra allargamento del divario tra ricchi e poveri nel mondo, ed allargamento di certe cosce femminili in questo medesimo mondo divaricato? Al professor Bagnai l'ardua sentenza...

P.S.
A chi dovesse a sua volta chiedersi se, nelle mie più intime determinazioni, la sopracitata semigiovane non sarebbe oggetto di monta a pelo o in stile western, risponderei candidamente che sì, senza indugio! E con (doverosa) severità accresciuta dalle dinamiche di meretricio testé denunziate. (Faccio ammenda per la citazione filmica: forse non all'adolescenziale Franceschini, ma di certo al "cinefilo" Veltroni, essa potrebbe risultare oltremodo didascalica circa la componente freudiana di chi scrive...)


21.5.13

Una gran voglia di ridere... irresistibile!

"Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati"

Sentenzia il poeta laureato Magrelli dalla sua cathedra catodica, suppergiù recitando: 'Il valore che è doveroso tributare alla gucciniana Incontro, sta tutto nella proficua commistione di parole e musica. Altrimenti, preso da solo, il testo mi farebbe ridere!'. E facce ride pure a noi...

L'abbraccio 


Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell'unica torcia paleozoica.


(Valerio Magrelli)


15.5.13

NOI NO

Noi, sogni di poeti.



A te
che quella mattina, in classe,
forse tremavi già per gli esami.
A te
che tra disagio e pena sapevi
di esistere in questi soli pensieri.

Quel giorno in cui vagai
nelle vie vuote del tuo quartiere.
Piccole vecchie case
ancora chiuse, quasi estate;
una finestra e due adulti: noi,
come se avremmo mai condiviso
anche uno scorcio d’orizzonte, di sorte.

Eppur quanto vi avevo indugiato…
senza vergogna romanzato
vederti grande negli stessi luoghi
in cui avevi dovuto essere piccola.

Ma ormai sapevo,
e allontanavo quella verità
buona soltanto per la realtà.
Non lì o con me
era la tua speranza,
quanto di diritto maturare
prima di poter emigrare;
lasciando solo un saluto
senza voltarti, ricordare.

Così comprai qualcosa
nella polverosa pasticceria
che non divenne nostra,
sarebbe rimasta mia
- una pasta la domenica mattina,
il gelato quando fa sera,
le dita bollenti mentre fuori gela.

Con quel sacchetto in mano,
l'apprensione di non sciuparlo,
io salutai la tua strada, la casa, il cielo
che ancora lasciava confondersi nel mare.
Per ritrovarmi davanti alla scuola,
quel povero pensiero tra le mani stretto,
quel lieve addio in fondo al petto,
cercando i tuoi nel vuoto di tanti occhi.

Oggi, a scriverle,
è solo un ricordo,
com’è il rammarico
di non aver avuto allora
queste o altre parole.
Similmente a Dio, non trovare
porta a credere, invocare.
E in quel tempo io credevo
nelle parole che non avevo.

Ora so che tutto ciò
rimasto in me, soffocato,
non tacque invano, non fu peccato:
non c'erano parole
che le nostre vite avrebbero cambiato.

Perché se vero
che le parole sono tutto quel che abbiamo,
raramente quel tutto colma questo niente.




A V.
e i capelli che potei sfiorare su quell'ultimo bus,
sospeso tra pregare non ti svegliassi e sperare non dormissi