20.2.13

MADRI PLATONICHE

“Mia nonna sta morendo – come molti di noi da anni ormai, forse per lei ora giunti alla fine. Mia nonna muore ed io non riesco a sentire niente, all'infuori di un misero disagio per quello che è di lei adesso e potrebbe essere un giorno, non lontano, di mia madre. Non credo di sentire altro, io che da bambino avevo mantenuto a lungo, come una fidata via di fuga, il proposito di morire a mia volta, quando sarebbe toccato a mia nonna. Perché non riconoscevo altra vita possibile, amputato quel legame: il più forte e vitale dei miei primi anni di vita. Ecco cos'era, un legame, tenuto stretto dal bisogno – credo reciproco – e non dal bene. Come con le donne che sarebbero arrivate, per poi lasciarmi tutte lì impotente, capace solo di guardar passare quel tempo necessario a disintossicarmi di loro... e ritrovarmi a pensarle, per il resto dei miei giorni, come corpi che, soffocato il cuore, non avrebbero comunque mai smesso di farmi pulsare laggiù, nell'inguine. Insomma, come ammonisce certa saggezza popolare, 'Care t'ha custàte, 'ssa pelle!'... A significare che, lo si voglia o no, questo è quanto resta impresso, indelebile. Così di mia nonna non mi rimarrà, per sempre, che il calore di quelle sue mani, strette per notti infinite come quel buio senza speranza di luce, né di un giorno felice.
... Forse avevamo tutti bisogno di troppo amore perché ce lo potessimo mai dare, o abbandonare quell'illusione.

“Mi guardò fisso fisso ma con tanta dolcezza, Nonna... Mi avevano detto di abbracciarla... Mi piegai sul letto. Mi fece il gesto di no... Sorrise ancora un poco... Voleva dirmi qualcosa... Gli rantolava nella gola, senza finire mai... ma a un tratto ci riuscì... il più dolcemente possibile... 'Lavora bene, Nanduccio mio!' ha sussurrato... Non avevo paura di lei... Ci si capiva là nel profondo delle cose... Dopo tutto è vero insomma ho lavorato bene... Ma questo non importa a nessuno...”       


12.2.13

Nuntio vobis...

Benedetto ci abbandona: Schettino docet.

8.2.13

CHIMICA D'ANIME


Il fondo del mio unico bicchiere

questa notte serba l'odor amaro 
di ogni notte, corpo necessari 
a riconoscere questo me solo
un attimo prima di incontrarlo.

7.2.13

CANTO DI LONTANANZA

"...il resto di una gioventù che ormai non ho più."



Assaporare labbra sconosciute 

su sedili di auto familiari 
che indifferenti così come complici 
corrono a quel prossimo istante 
in cui dover salutare per sempre...
E' la libertà d'una gioventù
giunta tardi, ma ancora in tempo
per non dimenticarla maï più.

6.2.13

"Lei è un galoppino, mandato qui dal droghiere ad incassare i sospesi."