18.4.12

QUANDO SARA' TARDI ORMAI


Avrei forse potuto tralasciare
l'umore retrospettivo,
ignorarne l'agrezza confessionale:
ma non vidi mai anima
nel narrare che non muovesse
l'onestà del richiamo personale.

Voglio dunque anch'io
- incurante della fatale sproporzione
tra talento, resa, ed intenzione -
concedermi un lucida illusione
di poter ancora tornare
a quel povero, breve viale
vuoto come domenica ginnasiale.
Sino ad una sala giochi seminterrata
a pochi, incolmabili passi dal grigio mare
estraneo come in ogni autunno
all'ingrata massa migrante d'estate.

Dov'era l'estremo lamento
d'un jukeboxe in pensionamento
a restituire in un'ossessione
le ingenue note amare
di quel Marco così popolare,
prima che la tediata crudeltà
di quei nessuno che mi negavano,
con i miei simili, il solo sfiorare
l'ignoto d'un brivido adolescenziale,
decisero portasse male, bandendone il cantilenare.

Fieramente inconsci
- come in ogni loro pre-potenza -
vollero in realtà censurare
quanto egli seppe raccontare:
non borghesi cloni
di esistenzialismi elettrificati
d'oltreoceano o canale,
ma poveri sguardi d'occhi
che hanno il solo orizzonte
nell'ultimo complesso popolare.

Perché per quanto non vogliano
né possano accettarlo,
anche i cafoni sanno soffrire:
ma non credendo di poterlo fare,
educati a doversene vergognare,
piangono senza darlo a vedere.

In profondità che non sai di avere in te.

17.4.12

MATTINI, CARROZZINI

“Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!”



Cos'è quel calor interiore, essenziale
a tutto questo vostro rinunciare?
Interrogo senza capire, poter sentire
quella fiamma dell'esser madri
e nient'altro più attendere
del maschile umano cercare:
come avesse senso, destinazione
il solo vostro peregrinare.
Vi scalda il petto un tepore
arso altrove, mi sono detto:
poiché istinto e non amore,
sibila il mio sospetto.

15.4.12

MALEDETTI POETI MALEDETTI


Leggo una poesia 
- salvo la rara, necessaria Poesia -
come entro in una Feltrinelli:
quando non ho più forze
per respingere quella seduzione
d'inguaribile masochistica vocazione.

La poesia è in me pura incomprensione,
sfumata nel retrogusto del livore:
incomprensione nata dalla sensazione
che sia scritta per non esser capiti,
compiacendosi della propria incuria
di cosa ci sia mai da capire.

Livore culminante nel constatare
che qualcuno si ostini a pubblicare
- per quanto tristemente offensive
siano molte collane -
questi mai paghi, in eterno lamentare
quanto sia ignorata, temuta, schernita
la poesia fatta della loro vita.

14.4.12

FROCI ERETICI


Non vorrei mi vincesse
questa nausea d’alta quota low cost,
né giungesse a pretesto
e, prima di domani, portasse via
ciò che resta, nel ritorno, della mia nostalgia.

Nostalgia di quella porta chiusa
a tanti chilometri di distanza, ormai,
dalla porta che tante volte hai chiuso
e mai più riaprirai:
sui nostri congedi ansiosi,
sempre troppo distratti, goffi, o cerimoniosi,
per non lasciar le nostre vite andare
là dove, ci hanno persuaso, debbano arrivare.

Per non farci bastare
quanto non sono le circostanze,
come ancora ripetono, a dispensare:
ogni circostanza dietro la quale
la sola ragione - di decisioni prese o accettate -
sembra nascondersi come buia faccia lunare
di ciò che, senza più timore, bestemmiamo come cuore.

Dove, vigliacchi, esigiamo di colmare
quel nostro niente che non sappiamo dimenticare:
lo stesso niente di cui, reciprocamente,
continuiamo a saziarci senza nutrirci
- addomesticando come un animale,
del nostro pube e petto l’istinto universale.

Non sapendo un nostro mondo immaginare
- letale sterilità d’ogni indistinguibile sperare -
lo strozzato orizzonte di questo mondo
non potremo mai più cancellare:
ineluttabile cattività di carogne a perpetrare.
Non difendendo che nel ricordo,
non amando che nell’addio: lacrime amare
d’inetta fraternità da servizio militare.

Al fallir della sola nostra rivoluzione
non è servito che un sussurro interiore:
quell’atavico tremor estorsore
di scoprirsi dannato ricchione
a non pagar in amici, fratelli, quel calore
da una lei spacciatoci per amore


Ad Orlo ed al Mono,
per ragioni analoghe ma corrispondenti

13.4.12

IL FASCINO DISCRETO DELLA BUGIA
 

“L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi.” 


'Gli imprenditori danno il lavoro.'
Gli imprenditori... questi suicidi peccatori
che credon di togliersi la vita
insieme alla colpa d'averla sì vissuta:
incuranti, ormai, del perdono
poiché dio, insieme al popolo,
ha abdicato al proprio ruolo.

Popolo compiutamente massificato
in un'incoscienza di classe cui è negato
finanche l'odio verso il padrone:
ritratto in cornice di proletariato
alle spalle di Keynes e Marx inchiodato,
in un ricorso storico di socialismo evangelico
dove l'anelata unione
- che fa la forza lavoro come il plusvalore -
non invocherebbe che benedizione
al capriccioso speculare dei mercati
- sorta di caduti angeli ingrati
ribelli all'imperscrutabile disegno d'amore
del Padre loro Capitale.

'Gli imprenditori danno il lavoro.'
Questo è quanto resta
di una coscienza di classe
dispersa in ogni testa:
dove non dai Manganelli,
da emuli lupi in vesti d'Agnelli.

Lasciando l'etica degli schiavi più devoti,
lo smarrimento sempre sospetto
d'ogni inalienato reietto,
lungo autunni ormai caldi
quanto ciminiere in giorni e volti
remoti, ignoti, vuoti.