12.4.12

DEL SELVAGGIO DOLORE DI ESSER UOMINI



Entro questi confini
non sembra esserci più diritto
- di cittadinanza come di asilo -
per il dolore di un padre, o un uomo.

Una colpa che, come tale, è anche loro.
Cedendo alla mortale lusinga
della doverosa virilità maschile,
essi hanno scordato, rinnegato, disimparato
il proprio pianto,
inaridendosi nelle sole lacrime
d'ogni ricatto femminile.

Quelle lacrime impietosamente accusatrici
delle loro madri, le loro mogli,
fatalmente, dei loro stessi figli:
in una condanna senza appello
di vittime senza innocenza.

11.4.12

L'IDEALISMO DELLE IDEE

“And I sware that I don't have a gun.”



Basta con il sopravvalutare queste democratiche, presunte idee!
Lo scrittore o scrivente
che proprio non potesse farne a meno
- di scrivere come di idee -
se ne faccia almeno una, ancorché vaga,
di quanto un poco di inchiostro, carta, plastica, vetro, silicio,
quanto tutte quelle rivoluzionarie idee in forma di parola
muovano il pianeta e la sua umanità
infinitamente meno di una fabbrica, una galera, una scuola,
una moneta, un capezzolo, una bomba, o una pistola.

4.4.12

DEDICA A MIA MADRE

”E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio”




Pensarti altro da ciò che sei:
non so, o solo non voglio
capire, non ancora,
verso chi di noi due
sia questo crimine peggiore.

Ricordarti in una raccolta
di mie parole, violente e disarmate
come i ricordi in cui siamo avvinti.
Parole per cui non ho vocazione
di credere quanto invocano, vitale,
la luce - se non dal buio della tua, della mia.
Doverti un atto d'amore
mosso dal petto ormai corrotto
nel benigno cancro, lo specchio dell'io d'autore.


Dirmi, nella superstite determinazione
di ogni disillusione,
che di assenza, sfiducia, distrazione,
quando non disamore,
deve nutrirsi il solo fare
ancora degno di dirsi tale.
Che è dolore a generare arte,
l'arte che mai saremo degni di nominare,
l'arte che sempre rinasce, per accusare
- tutti, senza distinzione:
incurante di poter cambiare
ciò che, solo, chiede di non scordare.

Benedire quanto in te immutabile,
innocente nel barbarico ricatto
d'ogni mio giovanile, furioso divenire:
l'unico tuo insegnamento
è quello inconsapevole, dunque vero,
quanto nell'intenzione mai saprebbe l'umano.
Il tuo solo lascito,
quello che non vuoi capire
perché, sai, non potresti amare:
quanto basta, per non morire,
all'ineluttabile essere del mio istintivo fare.

Così credo di saperti perdonare,
soltanto così doverti amare:
nella parola con la quale
non potevi altrimenti rispondere
alla mia voce pudicamente timorosa
- ostinazione puerile
di stagioni in cui, come prigioniero
del mio e tuo soffrire,
ho capito, è possibile gioire -

che nel profano rito famigliare
d'un desolato silenzio postprandiale,

recitava quell'unica, universale Supplica a mia madre:
'Quant'era bravo, questo qui...
Un culto della madre, si sente, da omosessuale.'

2.4.12

PRIMA VERA
  

S’avvia verso la sera,
s’avvia lenta
come questa luce spenta
dentro ogni primavera,
l’ultima processione dei vostri corpi:
corpi morti e non risorti.

I vostri corpi
così arrogantemente celebrati,
ciecamente contemplati.

Dentro vite, così, candidamente,
colpevolmente consegnate
alla gabbia di quei corpi
-  cavie attraversate
da elettrici spasmi di sensazioni,
epilettiche di pene e speranze:
inabili ad ogni sentimento,
mai degne di emozioni.

Le vostre vite
condannate
a non essere mai state.

1.4.12

GLI STRUZZI


Poeti dalla sempiterna eleganza
di struzzi einaudiani,
poeti da readings importati,
insieme con blues elettrici riesumati
tra grondanti criniere mascherati
vibranti d'indie-etnici aperitivi cenati.

Lisi intellettuali nati, laidi creativi improvvisati, lesi sensibili incapricciati...
non trovo poesia in alcuna vostra poesia.
- Una poesia inesistente,  
come potrebbe valer più di niente?

Poesia sfuggita a dita da pianisti malati,
da figli di falegnami accademizzati:
dita esangui, avide, meschine.
Dita che non potrebbero osare,
quand'anche volessero imparare,
quel torcersi al fondo delle piaghe...
tra il sangue marcescente
di questa nostra modernità
così colpevole, innocente.