24.2.12

BUCK E I SUOI NIPOTI

"La verità è un argomento da ubriachi"


Erano in due,
cinti da stagnanti volute di catrame
che la mia educanda astemia
punse agli occhi, prese alla gola.

Erano lì insieme
e, insieme, soli
tra gli affannati cocktails schioccanti
da quell'ultimo avamposto sociale, il bancone,
e introdotti sciolti astanti
esibirsi in profonda distrazione.

L'uno, sottovuoto asciutto,
sarebbe stato il Bello.
Dentro al cono d'ombra crogiolato
come un Loreto alla catena appollaiato:
cocorito da tabaccheria
assiso su escrementizia fetenzia.
Stuzzicando la sua semiacustica
con tutta la distrazione compiaciuta
che ben altri dedicarono a una sconosciuta.

L'altro, onanista militante,
avrebbe dovuto far da Cervello
o da bolso Super-Io di quel mutilato trio.
Giocava così allo scrittore
anche lì, in pubblico, nessun pudore:
solo commozione di un'ormai epica
prima e sola femminea natica
nel tormentare i caratteri metallici
pestati senza forza d'alcuna rabbia
da quegli imperlati indici,
con la puerile purezza intellettuale
di scimpanzè in salopette
nelle foto d'infanzia al mare.

Un mantra di regionalismo mal curato
sputacchiante birra con barbarie da iniziato
per cui non trovai pietas meno parassitaria
del loro saggio d'avanguardia reazionaria.
Ripetendomi che questo è il guaio con Chinaski,
i suoi tardi biografi oranti,
le sue perdute minorate amanti.
Il solito vecchio guaio, con Buck e i suoi nipoti:
come tutti gli ammantati d'ateismo fuori
coprono dentro un'incoscienza da predicatori.

Un'indigenza di amici a pagamento
di chi, appeso a un filtro, ancora sa attendere il buio
per tornare al proprio bicchiere,
baciato come una Mery per sempre
nella consuetudine morale del ragioniere.

Da generazioni tramandati
con quegli inganni dai diritti riservati:
per cui vivere è già vedere
e per capire, basta bere.

21.2.12

LA SERA DI CHI RESTA

Non mi sono mai sentito così solo
come nella città in cui sono nato.
Forse perché è lì che ho dovuto vivere
i primi Natali scartati i doni,
le prime Pasque smessi gli abiti buoni.
Ascoltare ed imparare a conoscere
quel vuoto di ogni silenzio festivo.
Lì che ho iniziato ad illudermi:
insegnandomi, nella colpa più incosciente,
la speranza.


A Valerio Di Nocco
che, voglio credere,
scriva per non morire
o, almeno, per imparare

19.2.12

ACCADEMIA

E’ una dignità lisa,
ostinatamente decorosa,
a trarmi in vulnerabile parte
alla brulicante fretta
da solerte, devota donnetta
che muove ogni giovanissima vecchia
futura letterata in lista d’attesa.
Menti di tornare a vuotarsi ardenti
per poi riempirsi sempre più rapidamente:
una solennità da negrieri
percorre quelle lingue sferzanti
deboli parole al riparo servile
di potenti nozioni.
Eruttando fino all’ultima
nell’infantile, soave discrezione
di stomaci sfiniti da serate universitarie
come da cocktails spermatici
dinanzi ad agili videocamere.
Invocando poesia in quella umana latrina,
la fronte raffreddata da un vetro senza uscita,
io fingo di contare le pozze mai concentriche
che queste gocce di febbraio continuano a lasciare.
Come potessi attenderlo dall’orizzonte
di quel polo multifunzionale,
nella mia rêverie d’estrazione parastatale
rivolta al meglio da venire
e nel solo lusso del rimpianto lasciar passare:
fingendo di saper dimenticare
che la demagogica gratificazione
di un libretto intero
non vale la noia e l’ansia
di un pomeriggio solo.
Ha l’aria di non poterlo ignorare,
quella ragazza della mia stessa disparte:
il volto di plastica, bruciato letteralmente
e non in qualche metafora impotente.

18.2.12

AMICI IN COMUNE

Ho avuto un amico.
Così al tempo
necessitavo considerarlo.

Devoto marxista parlamentare,
già limava un’eloquenza elettorale
nel sogno da eminenza grigia
sin dentro l'alba livida 
di un’esistenza bigia:
mortificante consolazione
d’ogni anonimo consulente comunale.

Ma laddove il cuore
ne ha rinnegato la memoria,
giunge a sostegno la mia mente
nel ritrarlo comunista coerente:
l’intero suo giorno di gioventù
consumato a dir proprio l’altrui
o a lottare per farlo tale.
 
  
Ad ogni abbraccio
che ci appare fraterno,
come qualsiasi seno materno
ed un povero coito quasi eterno
Quando il sole è ormai tramontato
nell’ultimo bicchiere appena vuotato

16.2.12

L'anno moriva
 

L’anno moriva, assai agramente. Mosso da un esile afflato di candida lena, concepivo questa plaquette timidamente eretica, nella rea speranza in un editore ideale e, puntualmente, sì reale da servirmi del rifiuto più avvilente: quello muto, indifferente.
Non senza privilegiarmi di una paterna lezione delle più preziose, poiché impartite inconsapevolmente: ne è debitrice la rabbia tra i secchi versi a venire sibilante.




LETTERA A UN EDITORE IDEALE

Rispettato Editore Ideale,
qual suadente cattedratico annunziare
'Ci vuol coraggio per traghettare
la Poesia nel terzo millennio!'

Forse per ciò non le rimane
che la viltà di un'indifferenza mortale
riservata a quella poesia
che cammini da sola.

In tremante parte per se stessa
tra tanta decrepita, ancor giovanile
troppo umana consorteria.