7.5.11

LETTERA A UN CONDANNATO

"Tutte le vite erano uguali, diceva la madre, tranne che per i bambini. Dei bambini, non si sapeva niente. 
E' vero, diceva il padre, dei bambini non si sa niente."


A te, che hai occhi per guardare
questa febbre che la tua carne fa tremare
A te, che chiedi da dove viene
questa colpa circoncisa al tuo pene

Tu, che non sai la condanna passeggera
di chi scorre distratto un Cronaca Vera
Tu, che non hai l'istinto autoassolutore
di chi schiude rapito un Le Ore 
Tu, esiliato dall'umana consorteria,
condannato alla sola via
di ritorno a ciò 
che nominare non so

Lì, al cuore d'un arcano, 
arcaico pulsare 
Che in te, è 
violenta nostalgia
Che in me, perché 
si fa pedofilia?


6.5.11

VOI, I RAGAZZI DELLO ZOO

"E andremo a prendere freddo da qualche parte..."


Amici, spero perdonerete questa copia sbiadita 
di quell'incedere a schiena dritta e nervi scoperti
che fu del nostro, mio ed anche vostro, padre Pier Paolo.
Cercate quella sconosciuta pietas per l'inadeguatezza mia ed anche vostra.
In fondo lui, che era lui, aveva ben altri interlocutori 
da cui farsi fraintendere, prima che odiare.

Erano i vostri, solo vostri in questo caso, padri e forse anche nonni.
Non i miei, spiacente amici. Mio nonno di rivoluzione ha visto da lontano 
solo il tramonto di quella di Russia, di ritorno con le scarpe in mano.
Quanto a mio padre, votava contro ad ogni occupazione
ansioso di quel pezzo di carta che ancora fugava l'oppio della dissociazione.
Ma i vostri padri ed i vostri nonni erano attori di valore,
così calati nel loro ruolo da arrivare, non in pochi, a convincersi che quel cielo si sarebbe lasciato assaltare.
E' dunque triste, vi capisco, che sia io a dovervi apostrofare
ma lo è altrettanto, credetemi, che i figli di quei padri e di quei nonni siate soltanto voi. 

E' passato qualche giorno, ormai, da quella Festa dei lavoratori
e mi chiedo dove siate, adesso, amici.
In qualche letto febbricitanti dopo tutta l'acqua presa sotto al palco?
O avete sviluppato anticorpi sufficienti ad immolare i vostri pochi anni
alle pose di circostanza senza apparenti danni?

Sapete, vi guardavo, infagottato sotto il mio ombrellino,
il fondoschiena umido di quella pioggia a vento, il disagio di non appartenenza
a quel povero rito collettivo.

Pensavo a quanto allora mi avevano incantato le vostre chiome grondanti: 
quando per diritto di nascita avrei potuto rivendicarvi fratellanza;
quando credevo fiera, e non mortalmente indolente, ogni vostra testa mossa a tempo, sapientemente.
Pensavo a quanto ora vadano oltre il semplice fastidio, in questa mia stagione da ospite non invitato;
quanto appaiano inutili e patetiche, buone solo alla pena disarmata di una mamma che vi aspetti alzata.

Mi sono sentito come un visitatore dello zoo, che ha pagato un biglietto esagerato
solo per scoprire con disgusto quanto già temuto: le scimmie sono migliori nei televisori. 
Solo stupito, forse, che paghino un biglietto anche loro, che sono lo spettacolo.
Eppure siete giovani, cultori della Giovinezza: sola grande famiglia, in questo paganesimo postmoderno, 
fratellanza di cocainomani lampadati e teste d'acido tatuate. 
A questo vi serve, dunque? Così poco vi salva, questa giovinezza che tanto feroci difendete, così disperati affermate?  
Solo per andare a prendere un po' di freddo da qualche parte?

Ora scusatemi, l'inutile sfogo è finito: inutile, ché non sono nemmeno capace a odiarvi.
Come diceva quel nostro padre, per sapere odiare bisogna prima imparare ad amare.
Ed in questo, il nostro fallire non è diverso.
Alla vostra età, quando è quasi inevitabile il destino sacrificale 
di chi ha in sorte una qualche, cosiddetta, sensibilità. 
Alla mia, quando a fronte d'ogni tentazione di vendersi 
non resta nessuno che voglia comprare. 


(Ai concerti in cui diffondevamo l'"amore") 

5.5.11

NATURA E CULTURA

Anch'io ho sottolineato i libri con il righello.
Anch'io ho preso distanza dagli invisi all'autorità. 
Anch'io ho provato a diventare un impiegato statale.

Ma adesso sarebbe ingiusto semplificare, falso liquidare 
tutto con un banale 'Questo mi hanno insegnato'. 
E' vero, l'hanno fatto o almeno ci hanno provato. 
Ma forse quelle lezioni non sono servite: 
voglio dire, le potevano anche risparmiare
ad una natura troppo poco selvatica 
per tendere d'istinto a diffidare;
per non cercare, fatalmente 
qualcuno da cui farsi adottare.

4.5.11

GLASSA

Una parola che non incontravo da tanto. Questa sera, appena letta in un famoso racconto, mi ha riportato ad una mattina lontana. Alla scuola elementare, durante la lettura di uno di quei raccontini che anche persone della nostra età avrebbero apprezzato solo se costrette, o molto limitate: per la maggior parte di noi credo valesse il primo caso.
Si parlava di una torta ed una festa rovinate da un temporale estivo ed infine sostituite da un gelato al bar. 
Quella mattina c'era un uomo a fare dei lavoretti nella classe: tutti noi furtivamente distratti dalla curiosità e la soggezione per questo signore ancora giovane dalla pelle sciupata, lisci capelli chiari, ed occhi trasparenti come il vetro. 
Finito di leggere, la maestra rivolta a lui: 'Angelo, - così mi pare si chiamasse, proprio come un nostro compagno dalla pelle precocemente sciupata - ti piace la glassa?' E lui, senza traccia della soggezione che avevo  visto negli occhi di molte mamme, ingioiellate e non, come la mia: 'Naa, troppo dolce.' La maestra sembrò assentire di complicità.
Quando più tardi quella mattina, ed altre mattine ancora, lo sentii nel corridoio che fischiettava come io non ho mai imparato, immaginai con imbarazzo e malizia la maestra segretamente innamorata di lui, che si tradiva, forse volontariamente, facendo notare a tutti noi com'era dolce quel fischiare. Pensai poi che quell'uomo così libero doveva essere anche felice: non sembrava temere né appartenere a quel mondo che puntuale aspettava alla mattina ognuno di noi.
Questa sera, lo stesso mondo puntuale che per oggi sembra essersi stancato, ripenso a lui, ai miei pensieri di allora, 
e forse anch'io assento di complicità. 

2.5.11

LEI NON L'HA MAI FATTO

Chiesi della famiglia. Senza pensarci, prima: come autorizzato da quel silenzio prolungato toccatoci senza che ci avessimo pensato, prima. Ma forse, immaginai dopo aver chiesto, non era come me. Era di quelle persone che preferiscono restare ferme, magari simulando indifferenza, piuttosto che sbracciarsi a scongiurare un insetto che comunque ti può toccare. 
Dunque chiesi, e liquidò: 'Niente fratelli. Mio padre tradiva mia madre.' Liquidò con la stessa indolenza, che allora avrei detto stile, la mia faccia forse imbarazzante oltre che imbarazzata: 'Non c'è molto da dispiacersi, davvero. Lo so da poco ma ormai lo so. Lei non l'hai mai fatto per lo stesso motivo per cui l'ha fatto lui.'