6.1.11

Come le ore fatali della domenica, tra la tarda mattinata e il dopopranzo, che giungono immobili come una condanna: 
ore pallide, livide come volti, ore intrise di solitudine di stanze o vie vuote, di pena di binari o autostrade. 
Su noi, lì, allora, nulla potevano: non eravamo loro, noi che partivamo per le montagne della tua infanzia, passando per una città morta come milioni di altre, per carrozzini e supermercati e auto in doppia fila che arrancavano mendicando un senso al loro essere lì. 
Noi che attraversavamo il mondo senza essere di quel mondo, senza essere quel mondo.

5.1.11

SCRIVERE

Perchè restano solo i ricordi, delle cose.
E a volte neanche quelli.
Scrivere, allora, per farli restare.
Farli restare ricordi, illusione di eterno che ci lascia vivi.

4.1.11

"He used  to do surgery
for girls in the eighties 
but gravity always wins"

2.1.11

VIA

Lei si congedò in fretta. Non gli dispiacque: sentiva di dover correre a masturbarsi.
Pur sapendo che quell'oblio carnale sarebbe passato rapido: più dell'ultimo sguardo lontano di lei.
E sarebbe arrivata, sarebbe tornata la solitudine. E forse, poi, anche il dolore.
Con la consapevolezza che nel dolore, nel suo dolore, non c'era purezza, non c'era redenzione.
Nel dolore c'era solo dolore.

24.12.10

I MIGLIORI GIORNI DELLA NOSTRA VITA

Erano quelli i giorni in cui
ciò che si chiamava amore,
dopo chissà quanto vagare,
forse per caso ci aveva trovato.

Erano i giorni che, ancora vivendo,
ancora nella nostra debole
estraneità alla vita,
avremmo detto i migliori.

Il meglio non da venire,
ma lì, quasi a lasciarsi toccare;
sconosciuto chiamato a dissipare
la familiare rassegnazione
di chi non ama che nel ricordare.

Erano quelli i giorni che
avremmo esitato a vivere
per timore di sciupare.
Come l'abito buono
in giorni di nuovo sole
quelle ragazze pallide,
le nostre madri ignare.