3.8.10

UNA VOLTA SOLA

Un bar di troppi specchi per un pallore di luglio. Ma penombra, quasi.
Per te, si disse vedendola. Per te, pensando a quei bar chiamati clubs, a chitarre e voci femminili accolte, nella loro coraggiosa nudità, da quello stesso tiepido abbraccio.
Penombra: luce di amanti dopo l'amore.
Questo si disse vedendola, guardandola, e nient'altro.
Nient'altro che tornare a guardarla, per quasi tre mesi, con studiata casualità d'alibi.
La sua colpa, la rinuncia. Il suo giudice, il caso. Il caso, pietoso e crudele, che gliel'aveva gettata come polvere, come luce in quegli occhi bassi. Che gliel'aveva concessa senza un come, senza un quanto. Un quanto con cui barattare un po' di disperazione con il coraggio e l'incoscienza per alzarli, quegli occhi. Per trovarle, quelle parole, e non lasciarle su carta, non lasciarle carta ma provare una volta, una volta sola, a lasciarle vivere, quelle parole che la prendessero e la portassero in un qualche altrove lontano da quegli specchi, quei buongiorno, quei prego, quegli arrivederci, lontano da quell'unico possibile dove concesso, quell'unico possibile dove i suoi occhi bassi continuarono a tornare, continuarono ad amarla, finché concesso.
E la amò. La amò ogni giorno di quei quasi tre mesi. La amò senza chiedersi se lei l'avesse amato anche un solo giorno, se l'avesse aspettato anche una sola volta come si aspetta una volta sola nella vita.
La amò. Senza un bacio, senza un risveglio, senza un litigio, senza un ritardo, senza un travaglio, senza un tradimento, senza un giorno in cui scoprire che più nulla è da scoprire.
La amò senza nulla di ciò che fa vero l'amore.
Senza nulla di ciò che fa brace e poi cenere questa volta sola, questa nostra vita.

18.7.10

SE QUESTO E' L'UOMO

Vuota
di sangue 
di merda

Vuoto
a comando
di sperma

Vuoto
di un occhio
che solo osserva

E questo è un uomo?
E questo è l'uomo?

O c'è altro
senza più nome
Non in noi
forse altrove

In noi soltanto
eco d'assenza
Nel vuoto atroce 
d'esistenza.


A Pier Paolo Pasolini,
che ci ha mostrato quella Dopostoria
dove anche la libertà deve farsi obbligatoria


http://sites.google.com/site/richardgekko/ilrovesciodellamedaglia

10.7.10

RICORDARE

E quanto 
saprò tornare
Al tuo pianto:
gocce mute, amare.

5.7.10

"E abbiamo dimenticato i nostri corpi inadeguati"

1.7.10

Uscire dal mio guscio

I 24 Grana si esibiscono qui nell'estremo avamposto dell'Impero. Tentato di presenziare. Ma fulminea scatta la soggezione ansiogena da inaccompagnato sfigato. Poi mi dico 'E allora in che cosa farei meno pena di quelli che tanta me ne fanno?'
Vincerà la cultura o la nevrosi? Mah...