10.3.07

The morning after









 





Non so quante bottiglie di birra
ho bevuto aspettando che le cose
migliorassero.
non so quanto vino e whisky
e birra
soprattutto birra
ho bevuto dopo
le rotture con le donne -
aspettando che il telefono squillasse
aspettando il rumore dei passi,
e il telefono non squilla mai
fino a molto più tardi.
e i passi non arrivano mai
fino a molto più tardi.
quando lo stomaco mi sta uscendo
dalla bocca
arrivano freschi come fiori di primavera:
"cosa diavolo ti sei fatto?
ci vorranno tre giorni prima che tu possa scoparmi!"


la femmina è durevole
vive sette anni e mezzo più
del maschio, e beve pochissima birra
perchè sa che fa male
alla figura.
mentre noi stiamo uscendo pazzi
loro sono fuori a
ballare e ridere
con arrapati cowboys.


be', c'è birra
sacchi e sacchi di bottiglie di birra vuote
e quando ne tiri su uno
le bottiglire cadono dal fondo bagnato
del sacco di carta
rotolando
tintinnando
zampillando grigia cenere fradicia
e birra stantia,
o i sacchi cadono alle 4
del mattino
producendo l'unico suono nella tua vita.


birra
fiumi e mari di birra
birra birra birra
la radio che canta canzoni d'amore
mentre il telefono resta silenzioso
ed i muri si ergono
su e giù
e la birra è tutto quello che c'è.


Charles Bukowski

9.3.07

E lì, m'imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana...

Una mattina in III F.
Protagonisti: Carlo Acerbo (o Cane Carlo) nel ruolo di sé stesso,
Michetti (Marina? Debora? Franca?) nel - tragico - ruolo di sé stessa.

(La Michetti, rivolta alla signorina Simeone)
- Carlo mi fissa sempre: mi sa che un pò gli piaccio...
(L'Acerbo, rivolto al Ballone)
- Certo che quella nuova è bruttissima!


L'altro giorno ho visto Cappa
e ho esclamato: "Che gualdrappa!"
Non è alta, non è bella,
sembra proprio una bidella.
Qui lo dico qui lo nego: io di Cappa me ne frego.
Se mi dice: "Ma chi vvù?"
Io rispondo: "Tzé, pacchiù!!"

Carlo Acerbo, Scritti giovanili, Einaudi, 1997


8.3.07

E' stato mai in qualche posto?


- Io non mi ricordo, a lei, dove l'ho vista..
E' stato mai in qualche posto?
- Ma, sono stato in molti posti...
- E non si ricorda il posto?
- Ma quale, scusi?
- Quello dove io l'ho vista!



Aah... le meraviglie del Tubo!
Saltabeccando avido di cimeli in pellicola in quell'Eden virtuale di youtube - nome evocativo, direi... -, mi sono imbattuto in questa perla archeologica di cui vi omaggio.
Che, assieme con lagrimose risa ai limiti dell'arresto cardiaco, mi ha subdolamente naufragato
nel pelago agrodolce dell'amarcord. Per approdare alle rive lontane di stagioni "elettriche e veloci", fatte di piovosi pomeriggi autunnali, attraversati d'un fiato (come ogni cosa, in quei giorni..) a cavallo della Belva dell'Adriatico #1(alias, inossidabile Typhoon valdoniano) durante gli epici "pomeriggioia" di I liceo;
o di pallidi soli marzolini ed ovatta di nuvole srotolata all'orizzonte dei cuboni del Porto turistico, allorchè il "filone nel filone"(dai previ raid malandri in forno Paris, a cavallo del mio
plastificatissimo puledro Sh Honda) si faceva d'un tratto teatro di sfrenate elucubrazioni
da fortunale ormonale, circa presunti, imminenti congressi eno-erotici in quel di Catalogna,
Terra Promessa di noi maturandi.
Quei tempi di cazzate a mitraglietta (formula genitrice delle future Nastro a nastro) erano spesso e volentieri corroborati culturalmente da infiniti vagheggiamenti circa cattedre universitarie associate, mia e del Valdoni, nel ruolo di docenti (severissimi, nonchè faziosissimi) di discipline cinematografiche
rivisitate e corrette: da una fenomenologia di Manuel Fantoni ad una ermeneutica della finitudine intorno al Ragazzo di campagna. Pregustando, sempre da Capitani coraggiosi in quelle procelle puberali di cui supra, i lubrichi vantaggi accessori che quei ruoli di (stra)potere
ci avrebbero portato in dono.
Tra gli insidiosissimi quesiti d'esame cui sarebbero state sottoposte le nostre future (e volenterose..) studentesse, una vecchia ed annosa questione aperta tra quei due fratelli Verri:
Meglio Totò e Peppino o Totò e Fabrizi? Il dilemma nasceva, com'era ed è costume consolidato tra noi bestiacce, principalmente come lezioso sofismo fancazzista di chi "ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo" ma, ne va dato atto, anche come sdegnosa, puristica protesta contro avvilenti forme di citazionismo dell'ultima ora - à la Paolo Bonolis, per intenderci (ineccepibile professionista dell'apertura pacchi e della degustazione caffè, meno godibile nelle tragiche scimmiottature,
al fianco del pianista di Costanzo, dei due inarrivabili napoletani) - che, spesso, non vanno oltre lo sfoggio dell'abusatissima scena della dettatura della lettera, in Totò Peppino e la malafemmina.
Premesso che è uno di quegli interrogarsi forse vani ed anche ingiusti - come dividersi eternamente
sul prosaico rovescio bimane di Borg o le poetiche stop volley di Mc Enroe, il marmo rosa di Tinì Cansino o l'abborracciata burrosità di Sabrina Salerno... -, a voi l'ardua sentenza; ricordando,
per la cronaca, che il sottoscritto si è faticosamente erto, in polemica col classicismo "peppiniano"
del Ballone, quale alfiere di avanguardismi filo - Aldo Fabrizi.
Sia chiaro, personalmente baratterei in qualsiasi momento una Dolce vita felliniana con un
Totò Peppino e la dolce vita, ma tra due fuoriclasse come il romano Fabrizi ed il napoletano De Filippo, la mia predilezione per il primo, oltrechè per un legittimo de gustibus, nasce dalla convinzione che sia l'unico che, pur perdendo ai punti, regga in piedi fino all'ultima ripresa contro lo scatenato principe, incontenibile ed, ovviamente, definitivo mattatore dell'incontro.
Forse le meccaniche comiche tra Totò e Peppino erano meglio oliate - "C'hai messo l'olio?
- Sì, l'ho ogliata!" - dalle mille assi di legno calcate ai tempi della fame,
ma secondo uno schema che, alla lunga, può rendere meno di quello con Fabrizi,
puro scontro aperto tra due litiganti diversissimi che, per lunghi tratti e per la nostra gaiezza,
si misurano alla pari.
Tre sono i loro match storici: I tartassati, Totò contro i quattro, Totò Fabrizi e i giovani d'oggi
(da cui questo estratto).
Su gerachie in merito non mi avventuro.
Ricordiamo infine, se mai ce ne fosse bisogno, Guardie e ladri, capitolo a parte poichè non comico,
che forse proprio per questo (senza nulla togliere, con ciò, alla mano del maestro Monicelli),
nella miopia e lo snobismo critico dell'epoca, è valso a Totò l'unico prestigioso riconoscimento
non postumo del proprio incalcolabile valore.


"
Li vedi quei bambini? Giocano, ma quel gioco è come la vita:
qualcuno vince e qualcun altro perde.

Non è che io voglio vincere. Ma tu..hai perso."
(Guardie e ladri, 1951)



7.3.07

Grazie Roma!





















Per un'occasione simile, mi prendo la confidenza di rubare il mestiere al buon Montelli

(che, tra l'altro, immagino non troppo loquace - se non per imprecazioni - in queste ore).
Non ci sono parole, solo emozioni in questa notte francese illuminata di giallorosso.
Un'impresa da figurine Panini!
Sia per il risultato raggiunto (ma mò chi ce ferma?!

- Vogliamo il Milan! Sempre che passano, i buffoni... Altro che tifare le italiane, eh Monte'? -), sia per le gufate della vigilia (gli astri di Domenech, si sa, non perdonano...) e l'immensa risposta dell'Armata Spalletti.
Ancora una volta, come il lucidissimo (in ogni senso..) toscanaccio catechizza
dal suo arrivo, è il collettivo a giocarsela - ed in questo caso a stravincersela - guidato dalle sue ben note individualità: Mancini, voto 9, Jucas Casella!!!
Ed a suonare la carica, manco a dirlo, il simbolo di Roma e della romanità:
con il numero 10...
Francescoooo...Toootti!!!
In una stagione in cui lo scudetto sembra (e sottolineo, a'sto punto, il sembra..) già
cucito per la seconda volta consecutiva sulle casacche della pazza (e, risottolineo senza aggiungere altro, pazza) Inter, la Maggica è, comunque vada da qui in poi, nella storia.
Vogliamo sognare stanotte, ma prima ancora ringraziare i ragazzi per questa impresa
ed intonare, con un nostalgico tuffo indietro alle notti magiche di luglio:
Oooo franceseee bastardooooo!!!


5.3.07

Civis Francavillensis Sum


"Ma che, stai a mette i piedi sotto ai miei?"

Da sempre le sortite in terra oraziana sono state prodighe di personaggi
e quadretti boccacceschi: dalla buonanima del benzinaio,
storico acerrimo rivale del vecchio Valdo, stoico nel negare rifornimenti
per un importo inferiore alle 5 mila lire - chiamando in causa, laconico,
presunti congegni di autotaratura delle pompe erogatrici -;
all'ottuagenario gestore dei bagni Lo Squalo (a metà tra "Il vecchio e il mare"
di Hemingway ed Ennio Antonelli in Sapore di mare), il quale,
alla prima increspatura d'onda scorta, per non saper né leggere né scrivere
(e, probabilmente, nemmeno nuotare) issava bandiera rossa, ammonendo severo
noi spavaldi gianburrasca: "Se v'affogate, io là vi lascio!";
passando per l'edicolante dalla nota edicola esplosa (scaltro quanto un agente del KGB con sventurati acquirenti di pubblicazioni vietatissime ai minori),
che non trovando modo migliore di esporre gli arretrati che la stipavano, dal signor Bonaventura all' Intrepido, pensò bene di allestirli sul marciapiede di viale Alcione,
sconfinando fino alla pensilina del 21; per arrivare alla temutissima famiglia dei Lalli,
ladroni di comprovata fama, possessori nell'intera giurisdizione teatina,
del cartello della celeberrima pizza gnè nu ped' (come un piede, ndt),
secondo tradizione da innaffiarsi con l'altrettanto famigerata birra call' (calda, ndt)
e rigorosamente analcolica di casa Angelucci.
(..Che ingrati che siamo, ed il buon Orlo che c'ha sfamato, vestito...).
Ma questa sorta di terra promessa sarebbe rimasta Eldorado
di pochi eletti pionieri se, d'un tratto, il dialetto delle tribù locali non avesse contaminato l'idioma pescarese.
Sempre più spesso, ormai, s'odono infatti tra i vicoli dei bagni borbonici
o le tonnare della marina, "parole che dici arcane", quali taraff, pic, ed altro.
Giunti a questo punto, pare dunque doveroso fare ordine.
La struttura completa di questo urlo di battaglia della tarda era Mesozoica
è, come molti forse già sapranno, Taraff, Pic, Coc, Der (oppure Derr, dipende dalla tribù di provenienza), Bucalatrecchie (o alla crecchie).
Superate le diatribe interpretative circa l'etimologia dei primi quattro versi - rispettivamente, Che tu vada a fare nel culo, Pene, Vagina, Sacca scrotale, nell'accezione di individuo non particolarmente acuto -
resta apertissima la disputa degli studiosi intorno all'ultimo verso;
il cd Buco alla trecchia o alla crecchia, stando alle più recenti pubblicazioni del dipartimento di archeologia di Oxford, presieduto dal dott. Cherstich Luca
(alias Cherlo), pare consista in una perforazione violenta e lacerante
nell'area pubica femminile (praticata, si ipotizza, nel corso di rituali orgiastici
beneauguranti prosperità per le giovinette autoctone).
Tuttavia, la spessa coltre di mistero in materia pare ancora lungi
(a differenza della trecchia) dall'essere bucata.
In ultimo, pare doveroso ricordare l'episodio scatenante
la contaminatio linguistica in questione:
pare che il buon Fernando (noto ai più come Fernandel o Sor Tutina
- dal consueto abbigliamento domestico sfoggiato -),
nel corso di una tenzone verbale con una mendicante di origine slava
("papà è di Zara!!" - ma questa è un'altra storia.. -)
abbia, a mò di esorcismo dell'anatema ricevuto dalla suddetta questuante,
scagliato, dal finestrino della celeberrima Renault 5, i suddetti arcaici improperi, suscitando prima lo sgomento, poi la fatale fascinazione del buon Orazio
al suo fianco.
Da ciò, l'ardita ipotesi, dal suddetto caldeggiata, di presunte doti parasciamaniche
del buon Fernando - ad ogni modo, indiscusso supremo sacerdote del Taraff -.